venerdì 23 ottobre 2020

  Un amico è così 

di Gianluca Pepe


E poi in un giorno di ottobre mentre sei al lavoro ti arriva un messaggio che non avresti mai voluto ricevere... il tuo Amico non c’è più! E’ lì allora che rimanendo sconcertato torni indietro con la mente, sembra ieri che eravamo bambini e giocavamo all’Oratorio San Luigi insieme, quanti tiri al pallone che abbiamo fatto! Poi un giorno le nostre strade si erano divise senza sapere come mai! Ma un giorno entrando in sede dell’associazione sclerosi multipla ci siamo ritrovati… è stato lì che ho capito come mai ci eravamo persi. La malattia aveva preso il sopravvento, eri in carrozzella ma non avevi perso il tuo grande sorriso. Ricordo ancora che abbiamo fatto tutto il giorno a parlare, ridere, scherzare e ricordare i bei momenti. Ricordo che mi dicesti: “vorrei una carrozzella elettrica con i cerchioni fluorescenti per fare le gare”: sei sempre riuscito a farmi ridere e a farmi stare bene.

Uscito da quella sede ti avevo ritrovato e dovevo fare qualcosa per aiutarti, e allora ci siamo dati tutti da fare amici, parenti, Alpini; tutti per cercare di organizzare uno spettacolo di beneficenza, per poterti regalare una macchina attrezzata in modo che potevi andare a fare le visite e le cure di cui avevi bisogno.

Ricordo quando ti ho portato la maglia della Yamamay autografata dalle giocatrici, e facendoti vedere le foto delle ragazze mi dicesti... non si può dire, lo teniamo per noi. Avevi la mia stessa fissa andavo matti per le belle ragazze ahaha!

Poi la partenza con tua mamma per andare a vivere in Sicilia vicino ai tuoi parenti. In cuore mio ero dispiaciutissimo, ma sapevo che era la soluzione migliore per te.

Alle volte pensiamo che le persone siamo invincibili, immortali, ma poi ci pensa la vita a ricordarci che non è così! Come dice la mia amica Laura Pausini: “non ha bisogno di parole mai, con uno sguardo solo capirai, un amico è così”! Si perché l’amicizia vera non è telefonarsi o vedersi sempre, ma sapere che qualsiasi cosa in qualsiasi momento lui c’è!

Adesso grande amico mio farai il tuo ultimo viaggio, andrai in un posto molto più bello, ma sappi che questo non è un addio, ma solo un arrivederci. Quando sarà il momento, ci rivedremo e torneremo a giocare insieme, commenteremo le belle ragazze e faremo le gare con la carrozzella. Miraccomando non ti dimenticarti di me e aspettami! Buon viaggio amico mio!

 

martedì 20 ottobre 2020

 Cos’è il Natale?
 
di Gianluca Pepe


Appena finita l’estate che ti volti ed è subito Natale.

Ma quest’anno sarà diverso dagli altri Natali, quest’anno a tenerci compagnia ci sarà il Covid-19… accendendo la tv si sente parlare di decreti che impongono restrizioni, coprifuochi e divieti di uscire; forse basterebbe che tutti rispettassero le regole? Regole semplicissime imposte per il nostro bene, per il bene del prossimo e dei nostri cari. Un decreto che potrebbe imporre la chiusura in casa proprio nella festa più bella dell’anno, quella festa che ogni bambino, anche il bambino che c’è in noi adulti, aspetta con ansia ogni anno.

Guardando gli occhi di tuo figlio torni indietro nel tempo e ripensi a quando eri piccolo, quando aspettavi questo giorno dell’anno con ansia… i negozi che iniziavano a decorarsi con luci, addobbi, presepi, gli zampognari che passavano nelle vie della città a suonare e intonare canti natalizi, persone vestiti da Babbo Natale ed elfi in giro per la città a distribuire caramelle e letterine che poi compilavi con i tuoi desideri e l’attaccavi sul grande pino nella piazza principale della città o la imbucavi nella casetta di Babbo Natale. La casa si colorava con luci addobbi e nello stereo di casa risuonavano canzoncine che ti portavano a vivere questa magia. Con tanta attesa nel cuore e occhi che brillavano arrivava il pranzo con i parenti: venti persone tutte intorno a un tavolo con noi, piccolini che aspettavamo rigorosamente la mezzanotte del 24 per trovare sotto l’albero i regali tanto aspettati portati da Babbo Natale, che con la sua magnifica slitta trainata dalle sue inseparabili renne faceva il giro delle case e senza farsi vedere riempiva la casa di doni. Poi ritorni alla realtà e ti accorgi che tutto questo, tutta questa magia potrebbe non arrivare quest’anno.


Allora riflettendo ti viene in mente un’idea per far capire alle persone cosa rischiamo di perdere quest’anno! Ogni anno io e il mio staff del programma radiofonico Flash (che va in onda sulla radio della nostra città: RadioBusto Live) facciamo un video di Natale e ogni anno chiediamo ad attori, comici, personaggi noti e persone comuni di collaborare con noi, con un semplice selfie o con un video dove augurano a tutti delle buone feste. Quest’anno abbiamo pensato di fare qualcosa di particolare ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto! Pensavamo di chiedere a mamme papà, nonne e nonni, ma soprattutto ai bambini (che non hanno problemi ad apparire sui social) di mandarci un selfie a tema Natalizio o un mini video dove in una parola spiegate cos’è il Natale per voi.  Una volta ricevuti i video e le foto, faremo un montaggio che posteremo sulle nostre pagine e vi manderemo in privato (così potrete fare lo stesso). Con questo video speriamo di poter rivivere anche quest’anno la magia e la tradizione, ma soprattutto di poter festeggiare questa festa seduti accanto ai nostri parenti e alle persone a cui vogliamo bene.

Maggiori informazioni potete trovarle sulla nostra pagina Facebook FLASH oppure potete contattarci o mandarci le vostre foto e i vostri video al 3469781333.

Contiamo sull’aiuto di tutti voi!

lunedì 12 ottobre 2020

 RIFLESSIONI DALL'ESTATE COL COVID-19 

di Gianluca Pepe e Valentina Bottini

 

Dal cassetto della scrivania ieri ho tirato fuori una riflessione sulle vacanze estive che il mio amico Gianluca mi aveva mandato a fine agosto… non è un articolo dimenticato e postato fuori tempo,  ma è un articolo estremamente attuale per l’argomento trattato. Riflessioni dopo una vacanza estiva che si sperava fosse a conclusione di mesi di fatica e sconforto e invece con il nuovo obbligo di mascherine e con probabili nuove restrizioni, le speranze di Gianluca sono ancora rimandate…  bisogna ancora rimboccarsi le maniche ma con la certezza che ce la caveremo “proprio come ho sempre fatto, con le gambe ammortizzando il botto, poi mi rialzerò ammaccato non distrutto!”:

 «E poi arriva un’estate anomala, il blackout con tre mesi chiusi in casa senza poter uscire, senza poter vedere amici o parenti, senza poter stringere mani e dare baci.

Arrivando così ad agosto con l’incertezza delle vacanze, partire o restare a casa? Ma la voglia di libertà, la voglia di normalità è troppo forte e così tra mille paure e mille dubbi si arriva a Riccione con tutte le precauzioni del caso e con la tua mascherina che ti accompagnerà tutta estate.

Bastano pochi giorni di hotel e spiaggia per fare amicizia, conoscere persone, scambiare sorrisi e parlare…  cose banali ma che due mesi prima ti sono mancate. Sotto il tuo ombrellone passi i momenti più rilassanti e piacevoli, parli con i tuoi vicini, giochi con tuo figlio e con i bambini che vengono lì si presentano e ti sorridono. Un sorriso liberatorio, un sorriso di gioia, di felicità, di libertà finalmente ritrovata.

Eppure vedo persone che non rispettano le regole, vedo ragazzi adolescenti che vanno in giro e nelle discoteche sottovalutando il rischio; mi chiedo se siano inconsapevoli o incoscienti ma so per certo che se dovessero chiudere ancora tutto, quelli a pagarne di più saranno proprio loro i bambini!

Mentre facevo questi pensieri ho conosciuto Luca, Sara e il piccolo Leo, una famiglia davvero umile, dolce, amorevole che ti entra nel cuore come se la conoscessi da anni. Facendo questo incontro ho capito che esistono ancora famiglie e persone che non si fermano all’apparenza, che non giudicano per il vestito firmato, o per il conto in banca, ma che ti entrano in profondità con semplici gesti e parole.

Alla fine della vacanza arriva il momento dei saluti: saluti agli amici che hai conosciuto, saluti allo staff dell’albergo -una famiglia splendida che ti ha fatto sentire subito a casa-, saluti al mare con un po’ di malinconia mista a nostalgia che tutto questo sia giunto alla fine ma con la speranza di tornare a casa e riprendere la vita normale di tutti i giorni. Quella vita che politici, istituzioni, ma soprattutto comportamenti immaturi di molte persone ti hanno condizionato e riascoltando la canzone di Max Pezzali dove dice: “se ce la farò ad affrontare ogni giorno tutto quello che verrà?”, anch’io mi pongo la stessa domanda ma poi guardando gli occhi di tuo figlio e l’amore indescrivibile per tua moglie capisci che come dice la c anzone: “Me la caverò proprio come ho sempre fatto, con le gambe ammortizzando il botto, poi mi rialzerò ammaccato non distrutto!”»

giovedì 20 agosto 2020

CAPITOLO 83, CAPITOLO 84



83  2012/2013 IN UN LAMPO

Finita questa bellissima esperienza a Madrid, I successivi due anni passarono velocemente. Il 2012/13 non li vidi proprio. Forse anche perché non successe nulla di nuovo, tranne la magnifica vacanza estiva  a Lloret De Mar fatta sempre con Rebecca e i suoi genitori, i suoi zii e ovviamente Angelica. Quell’anno ci riprendemmo la rivincita dall’anno precedente, posto magnifico, mare incantevole, divertimento da paura. Tutte le sere uscivamo a cena dopo una meravigliosa giornata di mare, tutti insieme. E dopo cena io e Rebecca andavamo nei baretti e nelle discoteche fino a notte fonda, per far rientro non prima delle quattro. Fu una vacanza indimenticabile.

Un’altra cosa che successe  in questi anni, fu una piccola discussione che ebbi con mia sorella Camilla sotto Natale, dopo la morte di mio padre la nostra famiglia si stava pian piano allontanando, non ci vedevamo più spesso a meno che ad andare a Milano non fossi io. Loro non venivano mai a trovarmi, usando sempre tante scuse e questo mi faceva sempre male, ricevendo anche un messaggio con scritto: “Da quando è morto papà è cambiato tutto.”
Io questo messaggio non lo accettavo forse perché una famiglia deve sempre stare unita soprattutto dopo un lutto così doloroso. Fin quando dopo Natale scrissi un messaggio proprio a Camilla dicendogli: “Se dobbiamo trovarci solo il giorno di Natale per far finta che la nostra famiglia sia unita, mentre tutto il resto dell’anno non ci vediamo né sentiamo, tanto vale che non passiamo neanche il Natale insieme!” Facemmo due mesi a non sentirci più, ma poi misi da parte l’orgoglio, capii che era inutile sprecare il tempo a litigare per banalità, avremmo dovuto stare uniti almeno noi. Papà avrebbe voluto così.

Un altro episodio, comico sta volta, successe il giorno del mio ventottesimo compleanno. Decisi dopo tanto tempo che non lo festeggiavo di fare una mega festa invitando una quarantina di persone. Andammo in una pizzeria dove con 15 euro mangiavi e bevevi a go-go. Ovviamente i miei amici mi fecero bere come una spugna, non ricordo quanto vino bianco buttai giù, so solo che era la prima volta che bevevo il vino bianco. Ad un certo punto chiesi a Rebecca di portarmi fuori a prendere un po’ d’aria perchè non stavo bene, così mi prese, dovevamo fare le scale lei si mise davanti in modo che se fossi caduto mi avrebbe tenuto. Ad un certo punto persi l’equilibrio e caddi addosso a Rebecca; lei non riuscì a tenermi tanto che caddi con la faccia contro un piedistallo in ferro sbattendo forte la testa. In una frazione di secondo ero coperto di sangue Rebecca chiamò subito aiuto, mi girarono ero pieno di sangue in faccia e avevo anche perso i sensi. Dopo dieci minuti mi ripresi mi alzarono, ma appena mi alzai vomitai tutto. Pietro, Vincenzo e Rebecca mi portarono in ospedale a Busto, avevo fatto una commozione celebrale, mi medicarono l’occhio e mi lasciarono andare. Rebecca era arrabbiatissima con i medici perché disse che mi avevano trattato come un vecchio ubriacone, senza tenermi dentro per accertamenti. A prendermi fuori dall’ospedale era arrivato anche Giordano. Mi portarono a casa, mi misero a letto dopo una scena comica, almeno così mi raccontarono, perché io di quella sera non ricordo ancora nulla. So solo che continuavo a dire che il giorno dopo dovevo andare in montagna. Rebecca fece tutta la notte sveglia a controllare che non mi succedesse nulla, aveva tantissima paura. Il mattino successivo con un occhio che non si apriva neanche, convinsi sia lei che sua mamma a portarmi lo stesso a Santa Maria Maggiore.

Quell’anno ci fu anche il trasferimento del Don Nicola, dopo tredici anni passati insieme decisero che per lui, fosse arrivato il momento di cambiare aria, purtroppo è la legge dei preti.
Io quegli anni avevo costruito con lui un rapporto fatto di alti e bassi, però sotto sotto, senza darlo a vedere, ci tenevo tantissimo, gli volevo bene. Così decisi ancora una volta di scrivere un articolo su CantoNovo per ringraziarlo di essermi stato amico:

NONOSTANTE TUTTTO GRAZIE                                                                        
Dire che sono triste alla partenza del Don, sarei un’ipocrita; ma sicuramente non posso neanche dire di essere felice, anche se dall’esterno, o a sentirmi parlare potrebbe sembrare così. Forse dietro questa maschera che mi sono creato, si nasconde un velo di tristezza.        
“L’amore non è bello se non è litigarello!”
Il nostro rapporto è un po’ come quello di alcuni personaggi famosi della televisione come “Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, o come Stanlio e Olio.” Nonostante tutto oggi sapendo del suo trasferimento devo mettere da parte l’orgoglio e fermarmi un attimo a pensare, pensare a tredici anni passati insieme; ricordando i primi 4 anni del suo arrivo stupendi, la vacanza con l’oratorio a Folgaria, l’esperienza a Lourdes 2004, e le due Giornate Mondiali della Gioventù all’incontro col Papa (GMG 2005/20011). Esperienze di vita uniche, indimenticabili, che porterò sempre nel cuore!
Un rapporto che ha avuto alti e bassi, ma se oggi sono diventato il ragazzo che sono, devo ringraziare quelle poche persone che mi sono sempre state vicino nel momento del bisogno non abbandonandomi mai, e fra questi c’è anche il Don! Per tutto questo ti devo dire Grazie, e sperando che un domani le nostre strade si possano rincontrare; per raccontarci nuove esperienze, ti saluto con la frase di un celebre film: “Io speriamo che me la cavo!”
A presto con affetto
Peppuzzo.”

E poi l’ultima cosa che successe in questi anni, forse l’unica cosa negativa fu che, sia mia sorella Siria che e mia sorella Carmela dopo alcuni messaggi che ci mandammo su Facebook riguardanti l’eredità della casa di mio padre, mi risposero così: “Noi nella nostra vita abbiamo sofferto tantissimo, tu invece hai avuto sempre tutto, uno zio e una zia che ti volevano bene ma sopratutto un padre che ha fatto di tutto per te. Se siamo eredi di un piccola parte non vediamo il motivo perché dobbiamo rinunciare, è una piccola soddisfazione di tanta sofferenza”. Ho riassunto in un solo dialogo le loro parole perché in fondo dissero la stessa cosa anche se magari con parole diverse che però preferisco non scrive. So solo che scrivere di questi ultimi due anni trascorsi, mi sta riuscendo più difficile che scrivere di tutto quello che avete letto fino adesso. Forse perché sono cose che sto ancora vivendo, e non riesco ancora bene a mettere a fuoco o ad accettare. Quindi preferisco non aggiungere più nulla su questi due ultimi anni trascorsi. Mi sento invece di concludere con un pensiero personale di tutto quello che ho imparato dalla mia vita fino ad oggi.


84   MILLE DOMANDE ZERO RISPOSTE

Sicuramente avrò dimenticato di scrivere numerosi episodi della mia vita, come i nove anni consecutivi di provini al Grande Fratello, il matrimonio di mio padre con Angela, alcuni weekend o vacanze come: Pisa, Firenze, Venezia, Colfosco, ecc. Ci sarebbe stato ancora tanto da aggiungere.
Di tutto quello vissuto e che ho passato, penso di non essere stato poi così fortunato come dicono le mie sorelle. O forse sì hanno ragione loro, sono proprio fortunato perché tutto quello che mi è successo fino ad oggi, mi è servito per diventare grande prima del tempo. Non ho mai potuto essere un bambino come tanti altri che giocava, rideva, si divertiva; sono sempre stato messo alla prova fin dall’inizio.

Non ho mai saputo la verità su mia madre ancora oggi, io non sono a conoscenza di come siano andati realmente i fatti, non so il perché lei sia finita in carcere, non so perché mi mise al mondo e se ne andò, forse è vero; fu solo per cercare di evitare la galera.
So solo che in tutti questi anni lei non si è mai fatta viva!  Se la vedevo, la incontravo, le parlavo, era solo perché l’avevo cercata io. Lei era sempre scappata!
Non penso di poter chiamare una persona così mamma. La mamma è colei che ti mette al mondo e non scappa,  la mamma è la persona più importante che ci sia nella vita di un bambino, vive con te, ti allatta, ti cambia, ti culla, ti coccola, ti cura quando stai male, ti protegge quando ne hai bisogno, ti sgrida quando è il caso, è il tuo rifugio quando sei giù di morale, darebbe la sua vita per te. Questo per me vuol dire la parola “mamma”, e quindi è proprio vero che i figli non sono di chi li fa, ma di chi passa tutti questi momenti con loro, se oggi devo chiamare mamma qualcuno beh quella persona senza dubbi è mia zia!

Troppi misteri ancora sono nascosti dietro un passato, che nessuno mi svelerà mai. I primi anni mi sentivo trattato come un pacco postale, sballottato da Milano, Busto e  Assistenti Sociali, tenendomi sempre tutto il dolore dentro. Nessuno capiva cosa volevo veramente nel mio cuore. Non si trattava di dover scegliere tra papà fratelli, zio e zia, nessuno riuscivano a mettersi in quella testa, io la mia scelta l’avevo già fatta da tempo. Chiedevo solo di avere un’unica famiglia unita, che non si facesse la guerra, ma che vivesse giorno dopo giorno, con vero amore uniti più che mai!
Tutto quello che chiedevo fino ad allora mi veniva dato per non farmi mancare nulla, pensavano che con le cose materiali si potevano sostituire le cose concrete della vita. Ma l’amore di una mamma, di un papà, dei fratelli, degli zii, l’amore della famiglia non si potrà mai sostituire con queste cose.
Quindi alla domanda: ”Ti senti fortunato?”, oggi so che posso rispondere: “Si mi sento fortunato!” Sembrerò una pazzo, ma a questa risposta ci sono mille spiegazioni.
Pensando a tutto questo, ma soprattutto rileggendo tutto quello che avete letto, penso di aver imparato tantissimo da questa vita. Mi sono posto mille domande: “Perché sono nato se Jessica non mi voleva, perché io, perché tutta questa sofferenza, perché non ho potuto fare un’infanzia come tutti i bambini, perché sempre messo alla prova, perché tutti questi misteri, perché la morte dei miei zii, perché la morte di mio padre, perché tutte le persone che al funerale di mia zia mi avevano promesso di esserci sempre, sono sparite, PERCHE, PERCHE’!” Di domande che girano dentro di me ce ne sono a migliaia, domande che ancora oggi non hanno risposte e sicuramente non le avranno mai. Ma la cosa che certamente ho imparato,  è che spero o meglio che so che un domani non dovrò mai commettere gli errori che ha commesso la mia famiglia con me.
Se dovessi pensare oggi io a una mia famiglia, me la immagino unita, forte, inseparabile proprio come la famiglia di Rebecca! Se penso che un domani potrò sposarmi anch’io, so che a mia moglie non le farò mancare nulla, ma non sto parlando di gioielli, pellicce, villoni, piscine vacanze da urlo o diamanti, questo  non me lo potrò mai permettere. Ma sicuramente non le mancherà mai l’amore di cui ha bisogno, sarò sempre il suo punto di forza,  aiutandola e non abbandonandola mai, finchè morte non ci separi.  E se penso che potrei diventare padre, la cosa più bella che possa capitare a una persona, cercherò sempre di non far mancare a miei figli tutto quello che è mancato a me. Ovviamente parlo dell’amore di una famiglia che nessuno mai potrà sostituire.

Questo è tutto quello che ho imparato fino ad oggi dalla mia vita, sicuramente di cose da imparare ne ho ancora a migliaia, sicuramente succederanno ancora tantissime cose belle, brutte, magari sbaglierò ancora in decisioni, comportamenti, nessuno è perfetto, sbagliando si impara. Ma spero che al mio fianco ci siano sempre persone che mi amino veramente per quello che sono.

Nella mia vita ho fatto tanti tatuaggi per altri: il mio amico del cuore, mio zio, mia zia, mio padre quattro, ma si sa che i tatuaggi devono essere sempre dispari, quindi aspettando di scrivere il nome dei miei figli, ho voluto fare un tatuaggio tutto per me sta volta. Racchiude tutta la mia vita, e come dice il titolo  “FLASHBACK RICORDI CONFUSI SOGNANDO LA FELICITA’”    
 Spero che un domani questa felicità sognata diventi realtà!

“La vita è un dono, non sai mai quali carte ti capiteranno la prossima mano. Impari ad accettare la vita come viene!”


giovedì 13 agosto 2020

CAPITOLO 81, CAPITOLO 82



81  GMG 2011

Il tempo era passato così velocemente che non mi accorsi che in un lampo eravamo arrivati alle vacanze estive, si doveva partire per la Giornata mondiale della Gioventù, destinazione Madrid.
La settimana prima ci trovammo in oratorio per fare degli striscioni. Già nel 2005 avevamo fatto uno striscione che aveva lasciato il segno; eravamo anche finiti sui giornali, sullo striscione c’era scritto ”NON CHIAMATECI PAPABOYS!”.

Il dolore che avevo dentro era troppo grande, non sarebbe mai passato, così decisi di far fare delle magliette personalizzate per quei giorni. Mi feci stampare due maglie con due foto diverse di me e mio padre, in una scrissi: “Te vogghio bene nunt’o scurdà!”[1] e sull’altra feci scrivere: “Usque ad finem”.[2]
In più dovevo lasciare il segno come sempre, avevo deciso di farmi i capelli rossi. 
Era tutto pronto per la partenza, la mattina zaino in spalla tutti in aeroporto per prendere il volo direzione Segovia. Ora poteva iniziare il nostro pellegrinaggio. Furono giorni pesantissimi e stancanti, tutti i giorni  camminavamo per circa  30 chilometri, si partiva la mattina alle cinque  -tra l’altro faceva un freddo pauroso, quindi tutti con le felpe, due ore dopo iniziava il caldo straziante. Ovviamente non riuscivamo mai a stare tutti in gruppo perché ognuno aveva il suo passo quindi c’era chi arrivava prima a destinazione e chi arrivava dopo,  comunque  ci mettevamo sempre intorno alle dieci/ undici ore di cammino. Quando arrivavamo nei luoghi dove dovevamo passare la notte eravamo tutti stremati. Alcuni, anzi molti, avevano anche le fiacche sotto i piedi. E pensare che prima di partire, mi avevano convinto a comprare gli scarponcini da montagna dicendomi che se usavo quelli non avrei avuto il problema di fiacche. Meno male che alla fine feci di testa mia e partii con le Nike. Loro con gli scarponcini e le fiacche, io con le Nike e senza fiacche!
I primi sette giorni passarono così tra cammino, palestre, scuole, risate, pranzi cucinati dalla PT, ovviamente c’era gente che in quei  giorni si era arresa perché non ce la faceva più a camminare avendo dolori alle gambe, ai piedi, alle ginocchia quindi per quelle persone c’era  appunto la PT, che li portava da un campo all’altro. Io fortunatamente fino l’ultimo giorni non ebbi problemi, riuscendo  a farmela quasi tutta. Quasi perché saltai proprio l’ultima tappa, forse la più bella: l’arrivo a Madrid, purtroppo il mio ginocchio aveva ceduto.
Una volta arrivati a Madrid andammo nella palestra che avremmo diviso con gli altri ragazzi delle diverse parrocchie, ogni gruppo aveva la sua zona per dormire ma era un degenero assurdo;  circa 300 persone dentro una palestra. La sera, prima di dormire ogni gruppo si ritrovava per pregare, finita la preghiera tempo libero per un’oretta dove riuscivo a rilassarmi un po’ con Rebecca e poi si andava a letto. Io dormivo  vicino a Gennaro e con gli altri compagni  prima di dormire lo obbligavamo a raccontare una barzelletta, iniziando a gridare: “Gennaro la Barzaaaaa!” Tutti scoppiavano a ridere e lui doveva raccontarla per  forza altrimenti noi lo torturavamo e non lo facevamo dormire. Per chi conosce Gennaro, sa che le sue barzellette non hanno nessun senso e sono veramente brutte. Noi proprio per quello ce le facevamo raccontare perché ridevamo sulle stupidate che ci diceva, così alla fine si rassegnava, e ogni sera ce ne raccontava una. Finita la barzelletta potevamo dormire.
La mattina dopo si andava a fare la catechesi nelle chiese assegnate, per la preparazione all’incontro col Papa, noi tutti eravamo stravolti dal pellegrinaggio e la usavamo per dormire. Arrivò il giorno dell’incontro col Papa, avremmo passato due giorni in un ex aeroporto militare per aspettare la Messa domenicale. Anche lì ogni gruppo era diviso a settori, una volta raggiunto il nostro posto, e preparato l’accampamento, come successo nel 2005 ognuno poteva fare quello che voleva l’importante era essere lì per la cena e insieme per la preghiera.
Io, Carlo, Vittorio e altri ragazzi andammo in giro a fare conoscenze con persone di altri popoli, scambiandoci qualsiasi cosa per avere un ricordo. In quell’aeroporto  faceva un caldo allucinante, tanto che in mezzo ai settori passavano i pompieri con le camionette e con l’idrante e cominciavano ad innaffiare tutti, ovviamente tutta la gente, correvano sotto il getto dell’acqua cercando di rinfrescarsi e cantando a squarcia gola: ”Il pompiere paura non ne ha!”.
 Un altro ricordo che non dimenticherò mai, è che ad un certo punto Rebecca doveva andare in bagno solo che i bagni erano dalla parte opposta rispetto a dove eravamo noi, quindi l’accompagnai. Al ritorno ci fermammo nell’aria attrezzata per prendere due casse d’acqua per tutto il gruppo e ci dirigemmo verso il nostro settore. In quel momento stava per arrivare il Papa quindi tutti i volontari non potevano far passare nessuno, noi eravamo rimasti chiusi proprio di fronte al nostro settore tra un macello di gente. Col fattore che faceva caldo e la troppa gente che c’era intorno a noi, Rebecca iniziò a sentirsi male. Così mi rivolsi a un volontario dicendogli  gentilmente: “Ascolta siccome ho due casse d’acqua, e la mia ragazza non sta bene mi faresti per favore passare, devo andare lì di fronte nel mio settore!” Gli feci vedere anche il pass ma lui mi rispose:  “Mi spiace ma abbiamo l’ordine di non  far   passare nessuno!” Il fatto era che gli avevo chiesto di andare di fronte e non chissà dove, in più il Papa era da tutt’altra parte, Rebecca  stava  sempre peggio, le mancava l’aria, così mi si chiuse la vena. La presi, presi le due casse d’acqua e cercai di passare, solo che lui mi respinse dentro. A quel punto gli tirai uno spintone facendolo cadere, arrivò subito un altro ragazzo della sicurezza a vedere cosa stava succedendo, spiegai a lui cos’era successo, gli feci vedere che Rebecca stava male e ci accompagnò lui nel nostro settore facendoci le scuse.
Una volta che il Papa arrivò sull’altare che avevano allestito, iniziammo a fare una preghiera e prima di andarsene diede l’appuntamento  al giorno dopo per la Santa Messa. In quel momento iniziò a piovigginare. Essendo in un ex aeroporto militare, quindi tutto aperto,  non  vi erano ripari. In pochi minuti eravamo tutti fradici, anche i sacchi a pelo che avevamo per dormire. Il panico iniziò a dilagare c’era chi diceva di lasciare il campo ed andarcene al coperto, chi invece come me diceva di rimanere perché  dopo tanta fatica era inutile andare via per quattro gocce. Alla fine  vinse la maggioranza che diceva di rimanere, dormimmo tutta notte al freddo e bagnati, il giorno dopo ci stavamo ammalando tutti. Una volta finita la Messa era finita anche la Giornata Mondiale della Gioventù, si poteva lasciare l’aeroporto  per poi tornare a prendere l’aereo che la mattina successiva alle otto ci avrebbe riportati a casa.
O meglio il resto del gruppo avrebbe preso l’aereo per tornare a casa, perché io e Rebecca dopo dieci giorni di fatica ci aspettava  finalmente una settimana ad Ibiza con i suoi genitori. Dal pellegrinaggio religioso al divertimento assoluto o almeno pensavamo fosse così. Passammo tutta la notte in aeroporto cercando di  ammazzare il tempo con risate, riassunti della vacanza  finchè alle due ci mettemmo a dormire. Alle cinque io e Rebecca salutammo quelli svegli e andammo a prendere l’aereo direzione Ibiza. Una volta arrivati ad Ibiza la prima cosa fu una bellissima doccia, e poi il primo giorno direzione letto, finalmente un materasso, delle lenzuola e il cuscino. Dormimmo tutto il girono. Gli altri giorni ci eravamo ripromessi di ammazzarci di divertimento, discoteche, bar, mare, vita notturna, infondo eravamo ad Ibiza, l’isola della trasgressione. Ma ogni sera dopo aver cenato con i genitori, gli zii e Angelica, facevamo solo un giro  nei baretti, bevevamo qualcosa e poi dritti a casa. Il motivo era semplice, primo le discoteche costavano 80 euro senza consumazione, e secondo perché avevamo sonno arretrato arrivando la sera stanchissimi. Alla fine fu una vacanza solo rilassante, quella settimana passò così velocemente che non facemmo neanche in tempo a gustarcela; l’unica cosa bellissima che ricordo fu la gita sul catamarano (una barca) che ci portò in giro a vedere le spiagge più belle del posto, le grotte i pesci. Avremmo dovuto aspettare l’anno prossimo per gustarci un’altra vera vacanza!


82  CANTONOVO

Una volta finite le vacanze estive e tornati a casa, scrissi come sempre l’articolo su CantoNovo riguardante la magnifica esperienza fatta a Madrid e come titolo misi proprio  “Usque ad finem”… la scritta con cui avevo fatto la maglietta di mio padre.

“Partiti con molta paura per un lungo pellegrinaggio che ci aspettava (da Segovia a Madrid a piedi per circa 28 chilometri al giorno), i posti dove dormire (in 500 in palestre) e con solo uno zaino in spalla, dove doveva esserci dentro solo il necessario per cambiarsi… siamo partiti per la Giornata Mondiale della Gioventù. Durante i giorni trascorsi lungo il pellegrinaggio, trascorrendo 24 ore su 24 insieme, si è formato un legame unico, forte, immenso… Tra fatica, fiacche, dolori muscolari, dove ci aiutavamo tutti siamo così giunti alla meta (4 Vientos)  per l’incontro col Papa, ma soprattutto col Signore.
Preparato il posto dove avremmo passato la notte, ci si è messo anche il maltempo! Tra disagio, nervosismo e tensione non ci siamo arresi e siamo andati avanti FINO LA FINE. Da questa vacanza mi porto a casa dieci giorni fantastici, meravigliosi con persone che non conoscevo ma con le quali ho legato moltissimo; altre che ho imparato a conoscere persone a cui mi sono affezionato molto e  che porto nel cuore.
Un ringraziamento speciale va alla PT (pattuglia tecnica) che ha pensato a tutto il nostro pellegrinaggio, dalle mete da raggiungere alla nostra sopravvivenza con cibo e luoghi dove passare la notte; grazie ovviamente alle nostre tre colonne portanti che ci hanno aiutato nella preghiera e nei momenti di sconforto: Don Alberto, Don Gabriele e Fra Raffaele. 
Un ringraziamento col cuore a tutto il gruppo di San Filippo, persone veramente speciali. Siete nel mio cuore. Alla prossima avventura!”

Dopo questo articolo decisi che anche mio padre doveva trovare spazio sul mio corpo, volevo assolutamente scrivere quella frase che mi aveva accompagnato per tutta questa avventura, ma dovevo trovare un disegno significativo da aggiungere. Un giorno in cui mi trovavo a Santa Maria Maggiore con Rebecca sotto un cielo stellato, vidi una stella che brillava più delle altre, mi ricordo che guardai Rebecca e le dissi: “Vedi quella stella che brilla più delle altre, quello è sicuramente mio padre!” 
Disegno trovato, decisi di disegnarmi su tutto il braccio un celo stellato e tra queste vi era una stella più grande dove al suo interno ci scrissi questa frase: “Usque ad finem in corde meo!”[3]
 


[1] napoletano, tradotto “ti voglio bene non te lo scordare”
[2]latino, tradotto “fino la fine”
[3] Latino, tradotto “Fino la fine nel mio cuore”

giovedì 6 agosto 2020

CAPITOLO 78, CAPITOLO 79, CAPITOLO 80



78  NIPOTINA E MATRIMONIO

Dopo tanto tempo mio padre si riprese, era sempre in rianimazione sotto osservazione con un tubo in gola che lo aiutava a respirare, ma la cosa più importante è che era sveglio e io ero sempre li con lui. Mio padre ogni volta che ci vedeva ci faceva capire che non voleva uscire dall’ospedale  e dover fare il resto della sua vita con un tubo in gola, già non accettava il fatto che non aveva più la gamba. Noi ogni volta gli dicevamo che era solo provvisorio appena sarebbe guarito l’avrebbero tolto, di stare tranquillo.
Mio padre alla fine dimostrò di essere una roccia fortissima! Ancora una volta la famiglia Pepe aveva dimostrato di essere indistruttibile, era uscito dalla rianimazione a testa alta, ora doveva solo fare la riabilitazione prima di tornare a casa. Lui aveva sempre il pensiero però di essere un peso, che non poteva tornare ad una vita normale, ma noi continuavamo a dirgli di stare tranquillo che c’eravamo noi con lui, e che quando la ferita sarebbe passata avremmo preso un tutore. Intanto mio fratello si occupò di far ristrutturare il bagno, lo mise a nuovo in modo che mio padre poteva passare con la carrozzina e avrebbe potuto essere indipendente, io invece stavo cercando di ridisegnare un orto in modo che lui avrebbe potuto continuare ad andare senza fare fatica, stavamo facendo di tutto per poterlo rivedere col sorriso! In più mia sorella Sofia gli diede la bellissima notizia,  gli disse che stava per diventare di nuovo nonno. Era felicissimo non stava più nella pelle infatti mio padre nella sua camera di ospedale aveva sempre le foto delle sue nipoti e parlava sempre di loro alle infermiere. Stavamo tornando alla vita normale.

Arrivò il giorno della comunione di mia nipote Alessandra, una delle figlie di Camilla, trovammo anche il modo per far si che mio padre quel giorno potesse essere presente. Mio fratello si prese la responsabilità di firmare i fogli e prelevarlo dall’ospedale sotto approvazione del primario; doveva solo stare attento a quello che mangiava. La sera l’avrebbe riportato in ospedale. 
Una volta fatta la messa ci recammo tutti al ristorante, io mi misi seduto vicino a mio padre, non volevo perdere neanche un secondo lontano da lui. Dalla morte della zia avevamo appena iniziato a recuperare il tempo perso, per tutto il pranzo stetti con lui tenendogli la mano, ma anche se era lì con noi, si vedeva che era triste, la sua testa viaggiava in un mondo suo e ogni volta che gli chiedevo: “Pa che c’è, tutto apposto?” Lui mi diceva che non c’era nulla, ma si vedeva che soffriva, allora io lo abbracciai e gli dissi: “Tranquillo che ci sono io con te, non ti lascerò mai, nessuno ci potrà più dividere!” Lui fece un sorriso e mi diede un bacio. Nella mia testa stavo iniziando a pensare di potermi trasferire a Milano una volta che fosse uscito dall’ospedale, in modo da poter stare sempre con lui. Questa mia decisione non la sapeva nessuno, neanche Rebecca perché ovviamente dovevo pensarla bene, c’era il lavoro, i problemi che avevo, e poi c’era il mio amore. La giornata arrivò al termine, usciti dal ristorante ci salutammo tutti, ma prima di salutare mio padre ricordo che gli feci fare una promessa, gli dissi: “Ascoltami bene, io adesso vado domenica non ci possiamo vedere perché ho la comunione della cugina di Rebecca e mi hanno invitato, ma ti prometto che la settimana dopo faremo due giorni interi insieme io e te. Promettimi che in questa settimana ti fai forza e cerchi di farti trovare a casa per quando ci vedremo!” Lui guardandomi mi rispose: “Stai tranquillo, te lo prometto!” Mi diede un bacio, non potevo immaginare che sarebbe stato l’ultimo bacio che mi avrebbe dato!  Prima di andare via aggiunsi anche: “E poi ti devi fare forza per due motivi, uno perche adesso ti arriverà un’altra nipotina e devi coccolarla e giocare con lei, e due perché fra due anni mi sposo e mi devi accompagnare all’altare”! Lui mi abbracciò dicendomi: “Non farla più soffrire e abbi cura di lei, Rebecca ci tiene a te, e un’altra così non la trovi!” Lui era innamorato perso di quella ragazza, gli dissi di stare tranquillo e tornammo a casa.

La settimana dopo ero stato invitato alla comunione di Angelica, così chiamai mio padre mentre ero al ristorante per sapere come stava, mi ricordo che mi disse: “Ueh uagliò, come va? Tutto apposto? Mi raccomando fai il bravo e non fare arrabbiare Rebecca!” Io come sempre lo tranquillizzai e gli dissi che ci saremmo visti sabato e domenica prossima.
Non sapevo che sarebbero state le ultime parole  di mio padre!


79  PER SEMPRE NEL MIO CUORE

Anche la comunione finì, fu una bella giornata perché ormai la famiglia di Rebecca era diventata la mia famiglia e Angelica per me era come una sorellina, ormai la conoscevo da quando aveva due anni quindi anche lei aveva un pezzetto del mio cuore.

Il lunedì la giornata di lavoro passò velocemente, mi vidi con Rebecca e poi me ne tornai a casa, mi lavai, mi preparai da mangiare, lavai tutto e alle otto mi misi davanti al computer… finalmente un po’ di meritato relax! 
Ad un certo punto mi suonò il telefono, lo guardai, era Marco, risposi subito pensando che dovesse darmi qualche notizia positiva di mio padre e invece, in lacrime, mi spezzò il cuore!
“Papà è morto!” Non aggiunse altro, io gli dissi che mi sarei precipitato subito lì, non volevo crederci, ci avevo parlato la domenica e stava benissimo. Presi le chiavi della macchina e uscii di corsa lasciando tutto aperto, una volta in macchina chiami Rebecca, ero agitatissimo, le raccontai cos’era successo, lei mi disse che voleva venire anche lei, voleva starmi vicino, arrivai sotto casa sua e le dissi di fare un salto a casa mia perché dalla fretta avevo lasciato tutto aperto, risalii in macchina e sgommando mi lanciai sull’autostrada per arrivare il prima possibile a Milano. Lei era preoccupata perché aveva visto com’ero agitato, ogni minuto mi chiamava ma io in macchina non avevo la testa per rispondere. Continuavo a ripensare a tutto, ancora una volta mille domande giravano nella mia testa senza trovare risposte. Perché lui, perché ancora sofferenza, ma soprattutto perché in questo momento che ci eravamo ritrovati e stavamo recuperando il tempo perso?
 Rimane il fatto che in un quarto d’ora ero arrivato a Milano avevo fatto tutta l’autostrada a 180 km all’ora, prendendo sicuramente anche qualche tutor ma in quel momento non mi interessava. Mio fratello mi chiamò dicendomi di andare da mia sorella Sofia a casa che era a pezzi, loro sarebbero arrivati poco dopo.
Una volta arrivato, mia sorella era sul divano col pancione e in lacrime; mi sedetti vicino a lei abbracciandola, dai miei occhi ancora una volta nessuna lacrima, non riuscivo a piangere, non realizzavo, non volevo crederci, tenevo tutto il dolore dentro. Arrivarono anche Ciro e Marco insieme ad Angela, nessuno riusciva a parlare. Marco tornò a casa con Angela mentre Ciro portò a letto mia sorella che si dava la colpa, diceva che era colpa sua perché tutte e due le volte che era rimasta incinta era morto qualcuno della famiglia prima mia zia e poi papà. Una volta messa a letto Ciro tornò da me, voleva farmi sfogare ma io non parlavo, mi disse di andare a letto e di riposare ma rimasi seduto sul divano tutta notte. Lui rimase lì con me.
Il giorno dopo andammo all’obitorio, appena lo vidi scoppiai in lacrime, intanto arrivò anche Rebecca che mi strinse forte a lei. Anche in quella occasione non lo volle vederlo, voleva ricordarlo col sorriso. Ancora una volta era al mio fianco a rialzarmi.
La sera prima del funerale eravamo tutti a casa di mio padre, volevamo stare tutti insieme lì in quella casa, mio fratello ad un tratto mi guardò e mi disse: “Perché non scrivi una lettera anche per papà?” Io in quel momento non riuscivo a pensare, non ci stavo con la testa e poi era una cosa che non mi sarei mai aspettato ma, appena rimasi da solo, mi misi davanti a un foglio bianco con una penna e ci pensò il mio cuore a scrivere.

Il giorno dopo come sempre l’ultimo saluto, prima di chiudere la bara, avevo l’ultimo braccialetto al polso regalatomi sempre da Rebecca, anche quella volta lo tolsi e lo misi nel taschino della sua giacca, appena il becchino chiuse la bara scoppiai in un pianto senza fine. Non potevo credere ai miei occhi, mio fratello mi prese e mi abbracciò forte, in quel momento sentii il bene che ci volevamo io e lui.
Appena entrammo in chiesa io e mio fratello non  potevamo credere ai nostri occhi la chiesa era piena di miei e suoi amici e parenti che erano venuti a dare l’ultimo saluto a mio padre e a starci vicino. Rebecca, a mia insaputa, aveva avvisato tutti i miei amici e gli aveva spiegato come arrivare lì, era veramente una ragazza unica.
Finita la Messa era il momento di leggere la lettera e anche in quella occasione,  come successo per mio zio a leggerla fu il mio amico Pietro.              

“Ciao Papi,                                                                                                                
trovare le parole in questo momento è veramente difficile. La tua perdita inaspettata ha lasciato in noi un solco che non si colmerà mai. 
Ora che ci eravamo ritrovati, che potevamo stare più tempo insieme, che potevamo recuperare gli anni persi, ora che stavi per diventare di nuovo nonno. Dopo la perdita degli zii, ancora una volta ho perso la persona che mi dava la forza di andare avanti, ho perso di nuovo un pezzo del mio cuore. Pensare che qualche settimana fa, ti avevo detto che dovevi farti forza per portarmi all’altare fra un paio d’anni!
Hai lasciato nei nostri cuori una ferita che difficilmente si rimarginerà. Ti sei sempre fatto amare, ti sei fatto sempre in quattro per noi per non farci mancare nulla. E sotto quell’aspetto da napoletano duro, in realtà si nascondeva un uomo con un cuore immenso che rinunciava a tutto, pur di vederci felici. Ci mancherai troppo, la vita non sarà più la stessa senza di te.

Con amore, tua moglie Angela e i tuoi figli Camilla, Marco, Sofia e Gianluca”


80  VERI AMICI

Finito un altro pezzo di vita ora bisognava tornare a casa, i miei amici mi anticiparono perché la sera avremmo avuto una partita. Vi ricordate il torneo di calcetto Nicola Spadea? Quell’anno ero tornato a giocare. Prima di tornare a casa però chiesi ad Angela di raccontarmi quello che realmente era successo, perché la domenica che gli avevo parlato io sembrava stare bene. Così lei mi raccontò tutto.
“Ieri  (la domenica che io ero alla comunione) ho passato tutto il giorno con tuo padre come sempre, la mattina era strano, era giù di morale, non parlava, non rideva ma è stato tutto il tempo davanti la finestra a guardare fuori, come se aspettasse qualcosa o qualcuno. Nel pomeriggio mi ha chiesto  se lo portavamo al bar dell’ospedale, così una volta arrivati io mi sono comprata da bere e lui ha voluto un gelato alla liquirizia. Strano perché tuo padre non mangiava un gelato da anni ormai. Così ho chiesto se lo poteva mangiare, mi hanno risposto di sì e gliel’ho preso. Tra l’altro non riusciva neanche a mangiarlo e si era sporcato tutto, finito il gelato siamo risaliti, sono venuti a trovarlo Ciro, Sofia e Giorgia (la figlia di mia sorella Sofia)  e alla sera come sempre gli ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, lui mi ha detto di stare tranquilla e di andare a casa. L’ho salutato dandogli appuntamento al giorno dopo. Il lunedì mattina ho chiesto mezza giornata dal lavoro per poter stare con lui, appena sono arrivata i dottori lo stavano cambiando perché era sporco, io preoccupata chiesi subito come mai, loro mi dissero di stare tranquilla perchè non era nulla di che, era solo stato male tutta la notte vomitando, però non mi avevano detto che vomitava sangue, io vedendo sul pigiama delle macchie scure pensavo fosse il gelato alla liquirizia e mi sentivo in colpa. Così sono stata tutta la mattina con lui, poi al pomeriggio prima di andare al lavoro ho voluto parlare col primario per stare più tranquilla. Lui mi ha rassicurato dicendomi che era sempre sotto osservazione, di non preoccuparmi che non era nulla e per qualsiasi motivo mi avrebbero chiamato. Così l’ho salutato e gli ho detto che ci saremmo visti dopo il lavoro. Poi è successo quello che è successo e ho saputo solo dopo che in realtà lui aveva vomitato sangue, quindi ho pensato a una emorragia interna, ma quello che non mi da’ pace è perché non me l’abbiano detto,  perché mi hanno chiamato solo dopo che probabilmente era già morto. Ci sono troppe cose che non mi tornano troppi misteri, se mi dicevano che non stava bene e aveva vomitato sangue io sarei rimasta lì.
Penso ci sia sotto qualcosa, non me l’hanno raccontata giusta. Solo che poi pensandoci non me la sentivo di fargli fare un’autopsia, aveva già sofferto troppo. Tuo padre si è anche lasciato andare, non accettava il fatto di dover passare la sua vita senza gamba pensava di essere un peso per me!”
Questo è quello che mi raccontò Angela, anche io subito pensai che c’era sotto qualcosa. Era successo qualcosa di strano, ma poi conoscendo mio padre che teneva tutto dentro anche io capii che lui si era lasciato andare. Ma quello che mi faceva più male e mi farà sempre male è che secondo me quando mio padre quella mattina passò tutta la mattinata alla finestra, era perché aspettava me!
L’idea che mi sono fatto è che sia morto con la speranza di vedermi l’ultima volta e io questo regalo non gliel’ho fatto, questa è una ferita che porterò sempre nel mio cuore.
Finito il racconto salutai tutti e tornai a casa dicendo che ci saremmo visti presto, non sarebbe cambiato nulla.

Una volta tornato a casa avevo una partita la sera da giocare, non potevamo rinviarla e non me la sentivo di saltarla, dopo quello che avevano fatto i miei amici per me! Loro erano venuti lì, io dovevo scendere in campo, anche perché mio padre avrebbe voluto questo. Così alla fine andai in oratorio e una volta che entrai sulla rete del campo c’era uno striscione con scritto: “Pepe ti vogliamo bene” Con le firme di tutti i miei amici. Ero troppo commosso. La partita poteva iniziare scendemmo tutti in campo, i miei compagni vollero che la fascia da capitano la indossassi io. Mentre loro al braccio sinistro avevano la fascia nera in segno di lutto.
Una volta che l’arbitro fischiò l’inizio tutti i miei compagni si abbracciarono intorno a me per un minuto di silenzio in tutto l’oratorio, in mio rispetto. Alla fine del minuto un applauso uniforme e tutti vennero a stringermi la mano e farmi le condoglianze. Rimasi sorpreso da tanto affetto, ero felice di avere amici così. Purtroppo perdemmo la partita ma quello non mi importava, mi importava solo quello che avevo visto da parte dei miei amici e compagni ed  ero commosso.

giovedì 30 luglio 2020

CAPITOLO 75, CAPITOLO 76, CAPITOLO 77



75  TROPPO BUONA PER ME!

Una volta a casa era il momento di fare i conti con la verità, vivevo ancora con Rebecca. Appena la vidi mi sentii un verme per quello che avevo combinato: dolore, amarezza, sconforto, delusione dentro di me… la guardavo e vedevo che soffriva, non avevo giustificazioni.
Casa mia non era ancora finita mancavano ancoro un po’ di lavori. Lei ancora una volta dimostrò di essere superiore a me, dimostrò che mia amava veramente; mi disse di rimanere lì finchè i lavori non fossero finiti, però tra noi qualcosa si era spezzato. Un’altra mi avrebbe sicuramente abbandonato, lasciato per strada come avrei meritato, ma non lei!

Giorno dopo giorno però, quella convivenza stava diventando pesante, si sentiva che c’era sempre tensione e freddezza tra di noi, un giorno Rebecca era nervosa, litigammo e decisi di tornare a casa mia anche se non era ancora finita. Lei da una parte non si aspettava questa mia decisione perché sicuramente ci teneva ancora, ma io -per rispetto nei suoi confronti e per quello che avevo combinato- me ne andai.
Dopo due anni feci ritorno a casa mia! Mancavano ancora i collegamenti della cucina, il gas, l’acqua calda, e alcune luci nelle stanze però era giusto che lasciassi spazio a Rebecca. Una volta seduto a tavola, suonò il  citofono erano Giordano e Lucia, loro seppero questa decisione dalla figlia e sapendo che casa mia non era ancora finita erano venuti per riportarmi a casa loro. Salirono per parlarmi cercando di convincermi. Giordano mi disse: “Giagy  torna da noi almeno finchè casa tua non è finita del tutto, non puoi cucinare, non hai l’acqua calda, come pensi di fare. Mia figlia lo sai che è un po’ impulsiva, ti chiedo scusa io per lei se ti ha risposto così!”   Gli si vedeva negli occhi che ci stava male, in fondo ero insieme a sua figlia da tantissimo tempo e poi vivere per due anni sotto lo stesso tetto si erano attaccati tantissimo a me, però la mia risposta fu secca e decisa: “Per cucinare ho il microonde, per lavarmi mi lavo con l’acqua fredda, è giusto che impari a camminare da solo, prima o poi sarebbe dovuto capitare, per quanto riguarda Rebecca, lei non ha sbagliato in niente, se c’è qualcuno che ha sbagliato qui sono io, non l’ho trattata come meritava, l’ho delusa, l’ho fatta soffrire, merita sicuramente di meglio. Quindi è meglio così!” Dopo un abbraccio con loro ci salutammo e mi dissero che se cambiavo idea o in qualsiasi momento loro c’erano, di non sparire e di farmi sentire. Non avevo mai visto delle persone così buone come loro.
Una volta che andarono capii cosa mi aveva fatto perdere quella vacanza, avevo scelto il divertimento, l’alcol, il fumo, le ragazze facili, invece  dell’amore vero, di  persone meravigliose come loro, scoppiai in lacrime. Solo allora capii che stavo bruciando la mia vita che dovevo rialzarmi per forza perché se non lo facevo avrei fatto una brutta fine.
In quel momento pensai che i miei zii potevano essere delusi. Da quel giorno cercavo sempre di trovare le forze per andare avanti, per rimediare a tutti i miei errori. La vita continuava: lavoro, casa, spese, verità che facevano male, ma io mi ero rimesso in carreggiata. Uscendo nei weekend con gli amici c’era anche Rebecca, anche lei aveva visto che stavo tornando ad essere il ragazzo che aveva conosciuto, vedeva che stavo reagendo quindi tornammo a parlare, ridere e scherzare. Lei si stava riavvicinando a me. Io però cercavo sempre di stare un po’ distante, mi piaceva ancora, ci tenevo tantissimo a lei, ma ero rimasto della mia idea, lei meritava di meglio.

Girono dopo giorno gli amici cercavano di farci tornare insieme, anche Pietro un giorno mi prese da parte e mi disse: “Pe, lei ci tiene veramente a te, te lo ha dimostrato in tutti questi anni e te lo sta dimostrando ancora una volta. Ci vuole riprovare, in questi giorni ho visto in te un cambiamento, quello che hai fatto ti servirà di lezione per non rifarlo più. Perché non ci riprovi?”  Pietro fu l’unica persona con cui mi aprii totalmente dicendogli: “Pietro, io tornerei anche oggi con lei perché i miei sentimenti non sono cambiati, anzi aumentano sempre di più. Io non me la vedo una vita senza di lei, prima avevo tre punti di forza mia zia, mio zio, e lei; oggi non ho più nulla, ma perché me la sono cercata io col mio modo di fare, ho sbagliato troppo, forse tutto, soprattutto con lei. Rebecca per me c’è sempre stata non arrendendosi mai, ha sempre combattuto al mio fianco e, quando io cadevo combatteva anche al mio posto cercando sempre di rialzarmi. Io invece cosa ho fatto? Ho scelto la strada più facile, pensando che mi potesse aiutare invece mi sono rovinato con le mie mani. Lei è troppo buona per stare con uno come me, non mi merita, merita qualcuno che la possa veramente rendere felice, che non la tratti come l’ho trattata io in tutti questi anni, uno migliore di me. Poi quello che ho fatto in vacanza è stato pessimo, l’ho tradita, ho tradito la sua fiducia. Merita rispetto, quello che io non le ho dato!”
Ero convintissimo della mia scelta!


76  RIPENSAMENTO

Natale a Milano, mi fecero tutti un “cazziatone” per quello che avevo fatto, soprattutto mio padre, lui era quello che ci era rimasto più male, stravedeva per Rebecca.
Il capodanno, invece, decisi di passarlo con l’oratorio a Champorcher, si iscrisse anche lei e io ci rimasi un po’ male perché vederla mi faceva soffrire. In vacanza si stava creando un clima unico meraviglioso con tutti i ragazzi, nuove amicizie, nuove conoscenze e intanto iniziavano i legami più profondi. Io mi ero legato tantissimo a una ragazza molto più piccola di me, Beatrice,  la vedevo come una sorellina, ma Rebecca ovviamente era gelosa e pensava male, così ogni tanto litigavamo.
 L’ultimo giorno di vacanza fu il più bello perché Don Nicola fece una messa particolare e tutti scoppiammo in lacrime, si era creato un legame intenso.
Proprio per questo l’oratorio per l’estate stava organizzando la giornata Mondiale della Gioventù a Madrid, io avendo già fatto quella nel 2005 ed essendo rimasto entusiasta volevo partecipare anche a questa. Rebecca invece era combattuta sulla decisione, da una parte voleva venire, dall’altra voleva andare con i suoi genitori ad Ibiza. Capite la difficoltà della scelta: pellegrinaggio religioso contro sballo assoluto. Il problema era che dovevamo confermare e prenotare entro fine gennaio perché i posti a disposizione erano pochi. Passò anche il mio compleanno e arrivo il regalo più bello e inaspettato si, perché  alla fine mi ero fatto convincere dai miei amici e da Pietro a tornare con Rebecca, lei fino a quel giorno non mi aveva mai abbandonato dimostrandomi che era sempre lì a rialzarmi troppo buona per me! Sta volta avevo capito la lezione e non volevo più farmela scappare.
Intanto i preparativi per questo pellegrinaggio all’incontro col Papa iniziarono presto, perché costava abbastanza e noi ragazzi dell’oratorio stavamo organizzando iniziative -tipo: vendita di torte, feste dell’oratorio con musica- per raccogliere qualche soldo e ammortizzare un po’ i costi, alla fine pagammo qualcosa in meno. Iscrizioni fatte ma una volta che ci trovammo a fare la riunione e ci spiegarono in cosa consisteva questa vacanza, ci spaventammo tutti, e in molti ci volevamo tirare indietro; mi sa che era meglio Ibiza! Niente valigia ma bisognava partire solo con uno zaino da campeggio in spalla dove al suo interno dovevamo farci stare il ricambio per 10 giorni, il  k-way nel caso piovesse, le ciabatte, il pigiama, il beauty case, l’asciugamano per la doccia e il sacco a pelo perché avremmo dormito in palestre, oratori, strutture organizzate. Ovviamente lo zaino non doveva pesare troppo perché veniva considerato bagaglio a mano, già questo ci preoccupava. Era impossibile farci stare dentro il necessario per dieci giorni, anche perché bisognava tenerlo sempre in spalla nel pellegrinaggio quindi non doveva pesare troppo. Alla fine uno zaino completo comprendeva, una felpa nel caso facesse freddo, tre magliette, tre pantaloncini, tre calze, tre mutande, un asciugamano in microfibra per risparmiare spazio, le ciabatte, il k-way e il beauty case, e legato sopra il sacco a pelo. In pratica ogni giorno dovevamo lavarci gli indumenti in modo che durassero per dieci giorni, e se noi maschi avevamo ripensamenti figuratevi le femmine che non potevano truccarsi, farsi belle, ma soprattutto avevano il problema più grosso se durante il pellegrinaggio le arrivavano le loro cose?  Meno male ero maschio! 
Il pellegrinaggio invece era così composto: arrivati a Segovia dovevamo raggiungere
l’oratorio dove avremmo passato la prima notte, ci saremmo lavati e la PT (pattuglia tecnica composta da  Giammarco, Monica, Adelaide, Pino, Gloria) preparavano da mangiare e ci faceva trovare pronto il posto dove avremmo passato la notte.
Praticamente la pattuglia tecnica non era altro che questi ragazzi e ragazze che erano partite giorni prima da Busto fino ad arrivare a Segovia con il pulmino dell’oratorio, carico di beni di ogni genere e necessità tipo: la bombola e il fornetto per cucinare, materassini, sacchi a pelo di scorta, cibo di ogni genere, bevande, sanitari, tutto quello che riguardava l’infermeria se uno si faceva male, praticamente vi era su di tutto. E ovviamente perlustravano le zone e i sentieri dove noi poi avremmo fatto il pellegrinaggio. 
Il giorno dopo poteva cominciare la nostra avventura  fatta a tappe, in che senso? Praticamente ogni giorno la sveglia era fissata per le 5 del mattino quando il sole non era ancora spuntato in modo che non facesse troppo caldo -ma la mattina faceva molto freddo- lavarsi, prepararsi, prendere il sacchettino della colazione e del panino che la PT aveva preparano per noi e incamminarci fino la prossima tappa dove avremmo passato la successiva notte… in pratica dovevamo fare ogni giorno 30 chilometri a piedi. Questo era il nostro pellegrinaggio dei primi sette giorni, la tappa finale era arrivare a Madrid a piedi. Una volta arrivati a Madrid avremmo dormito in una palestra con tutti gli altri ragazzi delle diverse parrocchie,  più di 300 persone ammassati in una palestra: dormire per terra e lavarsi nelle docce comuni… sarebbe stato un degenero! In quei tre giorni si faceva la catechesi e le messe in preparazione all’incontro col Papa, questo era la vacanza che ci aspettava.
Io, Rebecca e molti altri eravamo impauriti e ci domandavamo chi ce l’avesse fatto fare di iscriverci, ci consolava solo il fatto che eravamo ancora a febbraio mancavano ancora più di 5 mesi. 


77  NEL MIO CUORE

Tutto a questo punto sembrava procedere bene, avevo anche fatto un nuovo tatuaggio sul polpaccio. Come successo per mio zio decisi di fare un tatuaggio anche per mia zia, dovevo solo trovare il disegno, doveva avere un significato.
Pensa e ripensa disegno trovato! Vi ricordate come mia zia chiamava Rebecca quando era ricoverata in rianimazione? Draghetta, mi sarei fatto disegnare un Draghetto con le alucce che usciva dall’uovo, ovviamente con le iniziali di mia zia, in modo che avrei sempre ripensato a lei, ma nello stesso tempo in modo che Rebecca oltre ad essere dentro il mio cuore sarebbe stata disegnata sulla mia gamba… due piccioni con una fava. Loro erano le due donne più importanti della mia vita. Fu il tatuaggio più bello che avevo disegnato sul mio corpo, anche perché aveva un significato immenso.

Sembrava procedere tutto a meraviglia, con Rebecca andava tutto splendidamente, ogni fine settimana insieme ai suoi genitori andavamo in montagna a Santa Maria Maggiore, loro ogni anno prendevano la casa stagionale da novembre a maggio e quindi eravamo sempre sù a divertirci. Grazie a lei mi era iniziata a piacere la montagna, prima non mi garbava tanto. Ormai andavamo sù dal 2008.

Ma ho detto tutto sembrava andare bene, perché un weekend io e Rebecca eravamo saliti da soli il venerdì sera per dedicare un po’ di tempo a noi, mentre i suoi genitori sarebbero arrivati il sabato pomeriggio. Quella mattina ci svegliammo per andare a fare colazione in paese che dista dieci minuti a piedi da dove alloggiavamo noi, mentre facevamo la strada mi arrivò una chiamata. Era mia sorella Camilla che mi avvisava che mio padre non stava bene, doveva essere operato per l’ottava volta alla gamba a causa della solita vena. Però sta volta era molto più grave i dottori dissero che ormai aveva avuto troppi interventi e non si poteva fare più nulla, l’unica soluzione era amputagliela. Io a quella notizia sbiancai e Rebecca vide che dal sorriso che avevo passai alle lacrime. Dissi a mia sorella che l’avrei raggiunta subito ma lei mi rispose di non preoccuparmi perché c’erano loro e mi avrebbe tenuto informato su ogni cosa. Quando attaccai Rebecca volle sapere cosa era successo così glielo raccontai, anche lei mi disse se volevamo andare a Milano. Ma per una volta fui io che non volevo rovinarle il weekend e gli dissi di stare tranquilla che saremo andati giù la settimana successiva.
In cuore mio stavo malissimo. Una volta fatta colazione e a tornati a casa preparammo da mangiare per i suoi genitori, quando arrivavano io dissi a Rebecca di far finta di nulla, non volevo deprimerli, quindi ci sedemmo a tavola per mangiare ma io non riuscivo, non ci stavo con la testa; a quel punto Lucia mi chiese cos’era successo e io scoppiai in lacrime. A raccontarglielo fu sua figlia, cercarono di tranquillizzarmi dicendomi che sarebbe andato tutto bene. Il weekend finì, io dovevo tornare a lavoro, ogni volta chiamavo mia sorella per sapere novità ma, nulla, non l’avevano ancora operato, l’operarono il venerdì.
Il sabato io e Rebecca andammo subito a Milano per vedere come stava. Ricordo che entrammo nella sua camera con mia sorella Sofia e con Angela, mio padre era giù di morale, non voleva accettare di aver perso una gamba. Per uno come lui era come se avesse perso un pezzo di vita. Provate a immaginare un napoletano tosto che tutte le mattine si svegliava alle cinque per andare nell’orto, alle otto andava al mercato della carne e della verdura a fare la spesa, tornava a casa faceva la colazione per la moglie, preparava da mangiare per quando rientrava, al pomeriggio tornava nell’orto, già il fatto di non lavorare perché nessuno lo  prendeva per la sua età lo deprimeva, poi qualche anno prima aveva perso Siria, il suo amato pitbull, faceva tutto con lei, era la sua vita. Dovette farla sopprimere per tumori alle mammelle, e da quel giorno si era depresso ancora di più e ora senza una gamba pensava di essere un peso. Ora toccava a noi cercare di farlo rialzare, dovevamo dargli tutta la forza che in quegli anni lui aveva dato a noi, ma era difficilissimo.
Restammo lì tutta la mattinata poi un salto a casa a mangiare, e tornammo nell’orario di visita. Sembrava stare meglio, ma una volta rientrati a casa di mia sorella Sofia, ci arrivò una chiamata da Camilla. Papà aveva avuto una crisi respiratoria e lo avevano dovuto portare subito in rianimazione.
La storia si ripeteva! Ci precipitammo tutti lì in lacrime, arrivò anche mio zio Fausto con zia Paola per cercare di capire cos’era successo;  fuori ad aspettare che quelle maledette porte si aprissero. Ad un certo punto uscì il primario e ci disse: “Il signor Armando ha avuto una crisi respiratoria, i suoi polmoni sono pieni d’acqua e ha preso una bronchite, l’abbiamo messo in coma farmacologico dobbiamo cercare di asciugare l’acqua che ha nei polmoni e cercare di fargli passare questa tosse. La situazione rimane critica!” 
La storia si ripeteva, non ci volevo credere, di nuovo ancora una nuvola nera sulla nostra famiglia. Alla fine tornammo a casa, la domenica ritornammo in ospedale io e Rebecca eravamo rimasti lì a dormire, i suoi genitori avevano capito la situazione.
Ci alternammo a fargli visita sempre entrando con camice, cuffietta, calzari. Papà era come la zia, fermo immobile su un letto, mi sembrava di tornare indietro nel tempo, dentro di nuovo un dolore immenso e Rebecca aveva paura che ricadessi nel buco nero che avevo lasciato.
Passarono i giorni, io tutti i sabati andavo giù a Milano, infatti la mia vita era tornata ad essere da lunedì a venerdì lavoro, casa, problemi da risolvere legati a pompe funebri, casa e tutto quello che ci stava dietro, il sabato a Milano tutto il giorno in ospedale a trovare papà e la domenica tornavo e la passavo con Chiara ma la testa rimaneva sempre a Milano e lei lo sapeva. Ancora una volta era lì con me a farmi forza e a cercare di non farmi cadere, a combattere al mio fianco cercando di rialzarmi.
In tutto questo dolore Jessica (mia madre) non si è mai fatta nè sentire nè vedere. Che razza di madre è una che si comporta cosi!?

DIPLOMA di Gianluca Pepe Quando arriva il primo vero traguardo di tuo figlio, il diplomino che sancisce la fine della scuola materna per pas...