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lunedì 11 settembre 2023

QUATTRO CHIACCHIERE CON... PAOLO GRIMOLDI 
   (massoterapista MCB)

-intervista di Valentina Bottini-


1.      Si presenti a 360° 

«Ho 41 anni  e, tra studi e lavoro, svolgo la professione di massoterapista da più di 10 anni occupandomi molto di benessere e di sport. Lo sport, infatti, mi è sempre  piaciuto e l’ho sempre praticato; sono  stato un atleta in una squadra di calcio fino a quando l’età –non che sia vecchio- mi ha portato a seguire gli altri atleti, tra cui numerosi calciatori professionisti  di serie A, e le problematiche del mondo sportivo. Tuttavia non mi occupo solo di sportivi ma di tutte le persone che hanno problemi di salute a 360 gradi.

Sono laureato in Scienze Motorie, sono massoterapista che è una figura riconosciuta dal Ministero della Salute come operatore delle arti ausiliarie sanitarie. Sono un tecnico osteopatico. Sono un docente di formazione in quanto la passione per questo lavoro mi ha portato a seguire e informarmi il più possibile fino a diventare appunto un docente di formazione legato all’ambito  sportivo. Mi piace molto insegnare ciò che  ho studiando e quello che faccio perché trasmettere qualcosa  che sai è la cosa più bella a questo mondo, questo è un hobby ma è anche un lavoro.

Il mio lavoro non è incentrato solo sulla pratica ambulatoriale ma anche a dare tutti quei servizi che il mercato richiede, sopratutto dove c'è molta richiesta.

Sono sposato e ho una bambina di 4 anni. Conciliare studio, lavoro e famiglia è complicato ma è importante far collimare e incastrare tutti gli impegni perché questo mi porta sempre di più ad essere una persona con tante attività in gioco  e tanti interessi... e quindi ad essere una persona viva, che vive e che si sente viva.

I miei hobby principali sono legati alla lettura, alla visione di film e a tutto quello che mi  distrae. Ovviamente la mia curiosità è legata a tutto quello che è inerente allo  sport, anche in vacanza se vedo sportivi o qualcosa legato allo sport “un occhio ce lo butto sempre”, con un po’ di invidia ma desideroso si scoprire e imparare cose nuove. Altri hobby sono legai molto alla mia famiglia, che è il mio hobby più bello.

Mi piacciono tutte le sfide  che mi si propongono, non mi abbatto mai e sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli perché gli stimoli mi tengono vivo sia a livello lavorativo sia a livello di vita personale; infatti nel periodo del Covid ho aperto un secondo studio e tutt’ora sono sempre alla ricerca di nuovi traguardi ma tenendo sempre con i piedi per terra».


2.      Da dove è nata la sua volontà di voler fare questo lavoro?


«Inizialmente mi sono laureato in scienze motorie perché mi piaceva tutto ciò che era legato all’attività fisica e allo sport; ero un po’ “contrario” a massaggiare e non avrei mai pensato di fare tutto quello che sto facendo adesso. La mia esperienza di sportivo è stata determinante nel mio percorso sia di studi sia di vita e mi ha portato a fare questo.

Poi ci sono stanti un po’ di eventi e di concatenazioni che mi hanno portato a fare questo lavoro attuale: facevo il preparatore atletico principalmente delle squadre di calcio, un giorno per puro caso, non essendoci il massaggiatore della squadra, mi sono ritrovato a ricoprire quel ruolo e a dover massaggiare un ragazzo della squadra che ne necessitava. Ho fatto qualcosa di cui non avevo nessuna capacità e nessuna conoscenza, nonostante questo il  ragazzo si è fidato e io, provando, ho visto che questa nuova esperienza iniziava a piacermi. Questa nuova attività mi interessava molto quindi ho iniziato con dei corsi nei weekend e con dei corsi un po' di strutturati. La passione è aumentata e mi sono trovato davanti a un bivio, mi sono rimboccato le maniche e frequentando un corso serale ho preso l’abilitazione come massoterapista: di sera andavo a scuola e di giorno andavo al lavoro, è stato faticoso ma bello e mi ha portato ad apprendere tutto quello che potevo».


  1. Cosa significa per lei essere un massoterapista?

«Essere un massoterapista per me è qualcosa di importante. Questa è una professione che a livello giuridico ha sempre avuto problemi con altre categorie professionali sanitarie. Di quello che faccio e di quello che sono io sono molto orgoglioso in quanto mi identifico come una figura complementare a quella del fisioterapista con cui collaborare. Il mio socio dello studio è un fisioterapista, con lui facciamo cose diverse ma abbiamo come obiettivo comune finale il benessere della persona.

Collaboro anche con un osteopata che è un’altra figura che fa un lavoro diverso rispetto al mio ma allo stesso tempo ci complimentiamo.

Sono diventato un responsabile della Regione Lombardia in  quanto figura professionale del massoterapista o meglio massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici, meglio conosciuta come MCB. E questo di conseguenza mi ha portato a insegnare questa professione».

 


4.     
Quali sono gli ingredienti indispensabili del suo lavoro?


«Il primo ingrediente è la passione; bisogna avere passione per fare questo lavoro, bisogna avere tanta passione  e credere in quello che fai sapendo che stai lavorando su delle persone. Quando tu “manipoli fisicamente” una persona le trasmetti delle sensazioni quindi non sono degli oggetti e non devi trattare tutti nello stesso modo, devi saper trattarle in base a quello che trovi, devi saper gestire le tue capacità e devi saper trasmettere sicurezza e tranquillità. Quando una persona si rivolge a me viene perché ha un disagio quindi la prima cosa è capire perché hanno questo disagio, cercare di aiutare questo disagio. Spesso queste persone arrivano con una grande negatività quindi è fondamentale metterle a loro agio e dar loro tanta serenità.

Un altro ingrediente è non fermarsi mai di imparare, di studiare e di approfondire; bisogna sempre investire nella conoscenza, mettersi sempre in gioco e mai sentirsi di essere arrivati. Io insegno ma sono anche studente quindi ti devi mettere anche in gioco sul lato della formazione.

Un terzo ingrediente fondamentale è l'umiltà perché bisogna sapere riconoscere i propri limiti nel vedere quando posso risolvere un problema, quando non posso risolverlo e quando non è di mia competenza».


5.      Quanto è importante l’empatia nel suo lavoro?


«Nel mio lavoro è molto importante l’empatia. Ho imparato che quando entro nel mio studio tutti i problemi familiari e di vita personale/privata devono  restare fuori perché il paziente ha  già un disagio se dall'altra parte trovano un terapista negativo, non si fa altro che sommare disagio al disagio, cioè se non c'è empatia e non si respira qualcosa di positivo è chiaro che il paziente pensa subito di aver buttato via dei soldi. Non bisogna essere troppo empatici, gioiosi, “amiconi” ma neanche dall’altra parte: bisogna cercare di avere un equilibro. L'equilibrio è fondamentale perché da’ professionalità ma allo stesso tempo bisogna anche parlare con la persona dove è possibile e come è possibile, bisogna metterla a suo agio anche con battute e/o argomenti seri, dipende dalla persona che si ha di fronte.

Sono importanti anche l’accortezza e l'educazione: è fondamentale dare sicurezza al paziente».


6.      Quali sono le difficoltà maggiori nel relazionarsi con i pazienti e viceversa?


«Molti pazienti arrivano sfiduciati perché ne hanno già provate tante e hanno già speso molto altrove senza avere nessun beneficio, molti arrivano con l'idea che quel problema non riesco a risolverlo e quindi se lo devono tenere. Molti vengono con un problema semplice che però tante volte è un problema psicosomatico e dovuto allo stress e a problemi emotivi, lavorativi, lutti… e quindi il paziente non vede il miglioramento, non riesce a percepirlo, non capisce  che il trattamento che gli sto facendo gli fa bene. 

Bisogna trovare delle ”chiavi di apertura” per cui i pazienti si lasciano andare nel momento in cui acquisiscono fiducia nelle tue capacità e gli fai capire, è solo da questo  momento che tutte queste persone qui ti  ringrazieranno a vita. Qui entrano in gioco gli ingredienti che abbiamo detto poco fa, quindi le competenze, la passione e la capacità di sapersi relazionare. Bisogna trovare il modo di comunicare con ogni paziente che sia il più efficace possibile e che non crei problemi».


7.      Cosa impara dai pazienti che tratta?


«Dai miei pazienti imparo tanto perché ogni singola patologia non può esser trattata nello stesso modo per un ragazzo di vent’anni e un signore di sessant’anni, si deve fare in  un modo completamente diverso. Questo comporta una grande capacità di capire dove devo cambiare. Capire che la stessa patologia non può essere trattata allo stesso modo per due persone molto diverse, questo è molto importante da sapere. Ciò che è fondamentale è arrivare a un risultato comune che è il benessere e la salute della persona; posso arrivarci in modo diverso ma è importante che ci arrivo  e che la persona sia soddisfatta del risultato, quindi torniamo al concetto di umiltà».


8.      Esiste l’amicizia tra massoterapista e paziente?


«E’ molto importante cercare di differenziare i  ruoli. All'interno dello studio io ho un ruolo secondo cui io devo trattare tutti allo stesso modo, come modalità di comportamento e di approccio come professionista. Poi l’amicizia al di fuori dello studio ci può sempre essere  ed è giusto che ci sia ma in studio tutti sono uguali e vanno trattati tutti allo stesso modo. L'amicizia deve essere tenuta fuori dal proprio lavoro per non mischiare le due cose e non rischiare di dare dei favoritismi».


9.      Mi parli della sua attività di docente universitario.


«La mia attività di insegnante è un’attività che parte con la passione; mi sono trovato dalla parte dello studente e sapere come sono stato formato; ma quando sono uscito dalla scuola e ho sbattuto più volte contro vari aspetti, mi sono sentito in dovere di provare a colmare le lacune di questa professione. Sono partito come assistente ed ora ho una sezione dove insegno e spiego questo lavoro, soprattutto dal punto di vista sportivo».


10.  Quali progetti ha per il futuro?


«Ho già realizzato tanto sia come atleta sia come lavoratore professionista, questo so che non è scontato e per questo sono grato alla vita; ma l'idea in futuro è quella di continuare ad ampliare la mia  attività. Sto lavorando per  ampliare lo studio con nuovi professionisti e gestire i miei studenti se in  futuro vorranno lavorare con me. Ci vogliono passione, dedizione, professionalità e umiltà».


11.  Racconti un episodio simpatico/divertente/riflessivo/curioso/significativo del suo lavoro.


«Quando alla domenica sono in centro con mia moglie e incontro i miei pazienti, questi mi presentano orgogliosi ai loro familiari ringraziandomi per il mio lavoro che gli ha risolto grossi disagi. Questo è molto gratificante e mi dà una carica in più per continuare a fare quello che faccio.

Un altro episodio che ricordo sempre con infinito piacere è quando il giorno in cui ho fatto l’esame finale, durante la cerimonia sono andato a ritirare il mio attestato e il mio direttore  didattico mi ha detto che il giorno successivo avrebbe voluto parlare con me per propormi di iniziare a collaborare con lui. Un'altra gioia sommata alla felicità di quel giorno particolare. Questa scena è quella che vorrei replicare con i miei studenti, anche a me un giorno piacerebbe ritrovare la mia stessa passione per questo lavoro in qualche mio studente e vorrei proporgli una collaborazione».


12.  Tre aggettivi con cui gli altri la definiscono?


«Il primo aggettivo è grande: le persone mi dicono che sono un grande perché talvolta risolvo problemi che per me sono ordinaria amministrazione ma agli occhi del paziente sono difficoltà insormontabili.

Mi dicono che sono il numero uno perché mi piace spaziare, mi piace non fermarmi mai, mi piace sempre fare cose nuove e sperimentare…

Il terzo aggettivo che mi dicono è che mi chiedono di “fare un miracolo” e di recuperare una determinate persona dopo infortuni sportivi per lo più».


13.  Contatti


«E’ possibile avere maggiori informazioni su Paolo Grimoldi e sullo Studio Grimoldi Sport e Salute sul sito https://www.studiogrimoldi.com/ o sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/paolo.grimoldi.180 » 



martedì 2 maggio 2023

QUATTRO CHIACCHERE CON... ILARIA NAEF

-Intervista di Valentina Bottini- 

1.      Presentati a 360°

«Sono Ilaria Naef, ho 29 anni e molti mi conoscono come la prima atleta italiana di WCMX (una sorta di skate freestyle in carrozzina dove invece che correre su piste si fanno salti ed evoluzioni negli skatepark o negli spot street; il WCMX è il freestyle con carrozzine apposite). Ho una diplegia spastica dovuta a una paralisi cerebrale. Sono nata con un cesareo d’urgenza a sei mesi e mezzo di gravidanza ed ero molto piccola, per questo si sono verificati questi problemi di deambulazione. Ho studiato traduzione e interpretariato e lavoro come insegnante di inglese alle scuole superiori. Pratico anche Parapowerlifting (è la pesistica paralimpica; disciplina sportiva del sollevamento pesi adattata per gli atleti disabili) da quando avevo 16 anni. Nel tempo libero amo viaggiare per scoprire posti nuovi o per passare del tempo con gli amici sparsi in giro per il mondo».

2.      Che bambina eri?

«Sono sempre stata una bambina molto determinata, sapevo cosa volevo raggiungere e facevo di tutto per arrivarci. Non ho mai avuto paura del giudizio degli altri. Pensa che alle elementari lottavo già contro l’abilismo: ho scritto un tema di protesta perché la maestra non mi aveva lasciato fare il giro del quartiere in bicicletta con i miei compagni durante la lezione di educazione stradale solo perché la mia bici era diversa».

3.      Quando e perché hai scelto il WCMX come  sport? Da dove nasce questa passione?

«Sono sempre stata affascinata dallo skate, ma non pensavo fosse possibile per me praticarlo per via della mia disabilità. Quando avevo circa 14 anni ho scoperto su Youtube un video di un ragazzo americano, Aaron Fotheringham (l’ideatore di questo sport), che con la sua carrozzina girava in uno skatepark e mi sono innamorata del WCMX. Così gli ho scritto una mail, anche se onestamente non mi aspettavo che avrebbe risposto, e invece Lui ha risposto alla mia mail, abbiamo continuato a scriverci e siamo diventati amici. Un giorno mi ha scritto che sarebbe venuto a Roma per partecipare allo Show dei Record e che avremmo potuto incontrarci, così finalmente ci siamo conosciuti di persona. Grazie a lui ho capito che la carrozzina poteva diventare il mio paio di ali e che la disabilità non avrebbe dovuto essere un problema ma un’opportunità. Ho subito deciso che avrei voluto fare quello sport e, non senza difficoltà, ho trasformato il mio sogno in realtà».

4.      Cosa significa per te fare le acrobazie con la carrozzina?

«Per me significa libertà, vuol dire poter essere me stessa e anche poter usare le mie esperienze per aiutare altri».

5.      Cos’è il “backflip”?

«Letteralmente è il salto mortale all’indietro, ovvero è un salto che consiste nel fare una capriola all’indietro con la carrozzina».

6.      Quali titoli hai vinto? Dove fai le gare?

«Non li ho mai contati, due podi ai mondiali di WCMX, diversi campionati italiani di Para Powerlifting e un po’ di europei di WCMX».

7.      Qualche anno fa mi hai detto: «Il mio sogno più grande non è diventare famosa o avere successo per me stessa, ma diffondere il mio sport e raccontare la mia storia. Non si sa mai, magari qualche ragazzino navigando su Internet troverà i miei video e capirà che la sua vita può essere una “figata” e che può diventare chi vuole, proprio come è successo a me qualche anno fa». Questo autunno durante la mia riabilitazione in ospedale, ho conosciuto un ragazzo, anche lui ricoverato, a cui ho parlato di te e gli ho fatto vedere i tuoi video accendendo in lui un grande interesse per il WCMX. Quali consigli puoi dare a chi vuole  iniziare il  WCMX?

«Iniziare ad allenarsi a usare la carrozzina manuale nel modo più indipendente possibile nella vita quotidiana ed esercitarsi ogni giorno per migliorare il controllo. Se possibile, imparare a stare in equilibrio sulle ruote posteriori».

8.      In Italia dove si pratica? A chi ci si può rivolgere?

«A Roma al BNKR Skatepark di viale Kant. Presto sarà possibile anche al Wave di Palazzolo sull’Oglio (BS) e speriamo in molti altri park in tutta Italia».

9.      Esiste l’amicizia nel WCMX?

«Certo, ad esempio due delle persone a cui tengo di più, David e Lisa, le ho conosciute proprio grazie al WCMX e adesso sono tra i miei più cari amici. In generale comunque siamo un gruppo affiatato, non essendo in molti ci conosciamo più o meno tutti e quando ci ritroviamo alle gare internazionali è un po’ come se fossimo una grande famiglia».

10. Quali progetti hai per il futuro? Quali i prossimi passi?

«Vorrei riuscire a rendere il WCMX più popolare in Italia. Ci sto lavorando da anni e abbiamo già fatto progressi in merito ma la strada da fare è ancora molta».

11. Raccontami un episodio significativo della tua esperienza di WCMX.

«L’anno scorso abbiamo organizzato l’evento più grande di WCMX in Italia finora. Hanno partecipato anche i ragazzi tedeschi e moltissime persone sono venute a provare WCMX e adaptive skate, è stato bellissimo. Per me è stato come un sogno che si è realizzato, e spero che si possa continuare questo percorso».

12. In una intervista di 5 anni fa mi avevi detto che ti piaceva il downhill e del desiderio di comprarti una bicicletta adattata per poter fare le discese con i tuoi amici. A che punto sei nella realizzazione di questo progetto?

«Ho fatto downhill con biciclette a noleggio qualche volta, ma ora tra il lavoro, la casa, il WCMX e il Powerlifting non avrei il tempo e le energie necessarie per dedicarmi anche a questo progetto con costanza, perciò per il momento non me ne sto occupando».

13. Se fossi un personaggio storico chi saresti?

«Non lo so, penso di essere semplicemente me stessa. Spero di poter lasciare qualcosa di positivo al mondo».

14. Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Ho chiesto ai miei amici e dicono: Solare, tenace, presente».

15. Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci? Perché?

«Testarda, ottimista, sicura di sé. Perché tendo a vedere sempre l’aspetto positivo di ogni situazione e mi impegno al massimo per raggiungere i miei obiettivi».

 

La pagina FB di Ilaria è: Ilaria Naef WCMX  https://www.facebook.com/ilawheelie  oppure  segui Ilaria su Instagram https://www.instagram.com/ilawheelie/ 

lunedì 4 febbraio 2019

OSO 2019: UN BANDO PER PROMUOVERE LA CULTURA DELLO SPORT PER LE PERSONE DISABILI


di Valentina Bottini


Per un disabile fare sport è molto più che una semplice attività per “rimanere in forma” e il bando promosso da OSO – Ogni Sport Oltre – della Fondazione Vodafone Italia ha proprio l’obiettivo di identificare, supportare e finanziare progetti per la diffusione della pratica sportiva tra persone con disabilità fisiche, sensoriali e intellettivo-relazionali.
Agli occhi di molti il binomio sport-disabilità fa pensare che sia limitato ai giochi paralimpici estivi ed invernali durante i quali gli atleti diversamente abili si divertono gareggiando in competizioni sportive adatte alle loro esigenze, ma queste persone non sanno che per un disabile fare sport è molto di più.

È vita, come mi racconta Silvia, trentacinquenne costretta sulla sedia a rotelle da una malattia neurodegenerativa: «A me piace praticare sport perché mi fa sentire viva, mi fa sentire utile con me stessa e mi permette di divertirmi con gli altri. Bisogna però ammettere che in Italia non è semplice praticare sport perché devi sempre cercare la struttura accessibile… Ma penso che sia dappertutto così! Bisogna cercarle anche se spesso non sono facilmente raggiungibili».
Quanto sottolineato da Silvia è una delle difficoltà che si prefigge di supplire il terzo bando nazionale di finanziamento promosso da OSO – Ogni Sport Oltre –  della Fondazione Vodafone Italia che “mette a disposizione fino a 1 milione e 200 mila euro complessivi. La richiesta di finanziamento non potrà eccedere l’80% del fabbisogno economico finanziario del progetto. Alla copertura dell’importo restante i soggetti proponenti dovranno concorrere tramite fondi propri, raccolte fondi tramite crowdfunding sulla piattaforma OSO, contributi pubblici e/o privati, donazione di beni”.
Fino alle ore 16:00 dell’8 febbraio sarà possibile per organizzazioni e associazioni italiane senza scopo di lucro inviare il proprio progetto destinato a promuovere l’attività sportiva tra le persone disabili. L’importante è che le organizzazioni partecipanti “condividano e supportino i valori di OSO, siano costituite da almeno due anni e abbiano una comprovata esperienza in attività di diffusione della pratica sportiva paralimpica, di integrazione sportiva”.
I progetti presentati dovranno prevedere la realizzazione sul territorio italiano di strutture che dimostrino di avere un forte impatto sociale sul territorio di riferimento e che portino ad un cambiamento culturale offrendo sostegno per la “diffusione della pratica sportiva tra persone con disabilità fisiche, sensoriali, intellettivo-relazionali, coinvolgendo i gruppi in target e la comunità di riferimento (famiglie, allenatori, volontari, tifosi, appassionati, scuole etc)”.
La sigla OSO è l’acronimo di ‘Ogni Sport Oltre’ ma può essere letta anche come prima persona singolare dell’indicativo presente del verbo osare che, stando alla sua definizione (dizionario consultato Garzanti), significa “avere il coraggio di fare, di dire; fare coraggiosamente, rischiare: osare un’impresa mai tentata prima; osare il tutto per tutto; osare l’impossibile; non oso sperare tanto”.

Sport per persone disabili e “il coraggio di spingersi oltre i limiti”

Stando a questa definizione, posso intendere il verbo osare col significato di  ‘avere il coraggio di spingersi oltre i limiti’. Di limiti da superare mi parla Ilaria (ex atleta di pesistica paralimpica a livello agonistico che ha vinto vari campionati italiani, ed ora campionessa di WCMX, Wheelchair Motocross) quando le chiedo cosa significa per lei fare sport: «Per me fare sport significa cercare sempre di superare i propri limiti. Se sia facile o meno dipende da tante cose, ad esempio la volontà del disabile stesso, quale sport vorrebbe fare e le opportunità che offre la sua zona. Io sono sempre riuscita a fare sport perché non ho mai mollato alle prime difficoltà e alla fine ho trovato persone disposte ad aiutarmi. Ora che ho finito l’università vorrei ricominciare ad allenarmi in palestra, perché è uno sport che mi è sempre piaciuto e, oltre alla pesistica come attività sportiva, l’allenamento in palestra mi aiuta anche nella vita quotidiana e nel WCMX».
Ilaria tocca anche l’importanza fondamentale dell’utilità dello sport anche per la vita quotidiana di molti disabili, perché si sa che se una cosa utile è faticosa ma se fatta divertendosi diviene tutto più semplice e lo sport è una di queste attività magiche che unisce utilità al corpo della persone con divertimento, socialità ed è un’iniezione di felicità anche psichica.
Concetti che mi ha confermato Paolo, trentaquattrenne affetto da una patologia neurologica. Per lui fare sport significa «fare squadra, sviluppare un’intesa con i propri compagni, contare cioè sentirsi importanti, quasi fondamentali, per il raggiungimento della vittoria comune, avere degli obiettivi da raggiungere sia a livello personale, sia a livello di squadra».
Queste brevi testimonianze dimostrano come dietro al binomio sport-disabilità ci sia molto più di quello che è il pensiero generale della società. Ci sono ancora alcuni giorni prima della scadenza del bando OSO 2019. Maggiori informazioni sulla partecipazione sul sito (qui) oppure scrivendo alla mail bando@ognisportoltre.it
Articolo pubblicato su Sguardi di Confine https://www.sguardidiconfine.com/oso-2019-un-bando-per-promuovere-la-cultura-dello-sport-per-le-persone-disabili/

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