sabato 11 novembre 2023

 

L’ESTATE DI NOVEMBRE

 di Valentina Bottini

Il periodo attorno all’11 novembre, giorno di San Martino, è tutt’oggi indicato come “estate di San Martino” perché spesso è caratterizzato dal ritorno del bel tempo con il clima caldo e asciutto e il cielo sereno che ricorda quello estivo

 Si racconta che in un freddo e nevoso giorno di inizio novembre, un cavaliere di nome Martino da Tour incontrando un mendicante infreddolito perché coperto solo di pochi stracci, estrasse la spada e divise il suo mantello in due metà donandone una al pover uomo. Inspiegabilmente cessò di nevicare e il clima divenne solare e mite come in estate. Durante la notte il cavaliere sognò Gesù in mezzo agli angeli ai quali stava mostrando il bel mantello che indossava, dicendo che glielo aveva donato Martino. Questi fatti si ripeterono anche nei tre giorni successivi dando il via all’intersecazione tra le reali opere misericordiose del Santo e la leggenda che è alla base della popolare tradizione dell’estate di San Martino.

Il periodo attorno all’11 novembre, giorno in cui si celebra il santo, è tutt’oggi indicato come “estate di San Martino” perché spesso è caratterizzato dal ritorno del bel tempo con il clima caldo e asciutto e il cielo sereno che ricorda quello estivo; questo ritorno estivo, nonostante la soggezione dei fatti reali o leggendari tramandati, ha le sue fondamenta attestate da comprovate ragioni fisiche-metereologiche.

In passato i capifamiglia, approfittando di questo ritrovato tepore, erano soliti rinnovare i contratti agricoli annuali; di conseguenza le famiglie contadine che avevano prestato il loro lavoro durante la stagione agricola appena conclusa,dovevano cambiare attività e abitazione proprio in questi giorni. Da questa usanza popolare deriva il detto dialettale “fare san martino” per indicare l’atto di traslocare.

Tradizionalmente in Italia i giorni attorno alla prima decade di novembre sono occasione di  far festa e di gustare l’olio nuovo ed il vino novello, tolto dalle botti e assaggiato per decretarne la qualità, come ci ricorda Giosuè Carducci nei versi della sua nota poesia “San Martino”:

 

San Martino

 

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

 

mercoledì 1 novembre 2023

Festa di tutti  i Santi

Un altro anno sta scorrendo così velocemente che non fai neanche in tempo a girarti, che siamo già al 1 Novembre, la festa di tutti i Santi. 

E’ li che ti viene una domanda spontanea.

Perchè la maggior parte delle persone si ricorda dei propri cari solo in quel giorno? 

La festa dei Santi è diventata ormai un business mediatico come tante altre feste: il Natale, San Valentino, la Pasqua; solo ed esclusivamente per fare cassa e guadagnare soldi. Dimenticandoci che in quella festa dobbiamo ricordare persone che ci hanno amato, persone con cui abbiamo vissuto le nostre giornate; persone che diciamo di amare e voler bene. 

 Per questo motivo io il giorno dei Santi, non faccio il consueto giro dei cimiteri, accendo un lumino in casa mi prendo del tempo, per pregare, e ripensare al mio bagaglio vissuto fino ad oggi. 

Molte volte mi capita di ricordare di più a mio papà, o magari di postare sui social più foto con lui che con i miei zii, essendo cresciuto con  loro. Da fuori potrà sembrare strano, molti invece pensano che mi sia dimenticato di loro; ma la verità è che il mio amore per loro è praticamente uguale. 

La differenza sta nel fatto che i miei zii, mi hanno cresciuto come un padre e una madre, insegnandomi il rispetto, l’educazione, sgridandomi quando era il caso facendomi diventare il ragazzo che sono oggi; vivendo con loro praticamente sempre. Con mio padre invece non ho avuto tutta questa fortuna, ci sentivamo per telefono, lo vedevo solo nelle feste, e qualche volta che mi veniva a trovare. 

Quando sono cresciuto e finalmente stavamo recuperando il tempo perso, la vita ha deciso che ci dovevamo salutare! 

Quante volte avrei voluto un suo abbraccio, quante volte vorrei sentire che lui è al mio fianco, o che andrà tutto bene, quante cose avrei voluto dirgli cose che non gli ho mai detto. Forse è proprio perchè non ho potuto fare tutto ciò che ricordo di più lui, perchè ho pochi momenti vissuti da poter ricordare. 

E come dice una famosa canzone di Gianluca Grignani: un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo…….  ma più mi guardo in giro più vedo che, c’è un mondo che va avanti anche se; se tu non ci sei più!




lunedì 11 settembre 2023

QUATTRO CHIACCHIERE CON... PAOLO GRIMOLDI 
   (massoterapista MCB)

-intervista di Valentina Bottini-


1.      Si presenti a 360° 

«Ho 41 anni  e, tra studi e lavoro, svolgo la professione di massoterapista da più di 10 anni occupandomi molto di benessere e di sport. Lo sport, infatti, mi è sempre  piaciuto e l’ho sempre praticato; sono  stato un atleta in una squadra di calcio fino a quando l’età –non che sia vecchio- mi ha portato a seguire gli altri atleti, tra cui numerosi calciatori professionisti  di serie A, e le problematiche del mondo sportivo. Tuttavia non mi occupo solo di sportivi ma di tutte le persone che hanno problemi di salute a 360 gradi.

Sono laureato in Scienze Motorie, sono massoterapista che è una figura riconosciuta dal Ministero della Salute come operatore delle arti ausiliarie sanitarie. Sono un tecnico osteopatico. Sono un docente di formazione in quanto la passione per questo lavoro mi ha portato a seguire e informarmi il più possibile fino a diventare appunto un docente di formazione legato all’ambito  sportivo. Mi piace molto insegnare ciò che  ho studiando e quello che faccio perché trasmettere qualcosa  che sai è la cosa più bella a questo mondo, questo è un hobby ma è anche un lavoro.

Il mio lavoro non è incentrato solo sulla pratica ambulatoriale ma anche a dare tutti quei servizi che il mercato richiede, sopratutto dove c'è molta richiesta.

Sono sposato e ho una bambina di 4 anni. Conciliare studio, lavoro e famiglia è complicato ma è importante far collimare e incastrare tutti gli impegni perché questo mi porta sempre di più ad essere una persona con tante attività in gioco  e tanti interessi... e quindi ad essere una persona viva, che vive e che si sente viva.

I miei hobby principali sono legati alla lettura, alla visione di film e a tutto quello che mi  distrae. Ovviamente la mia curiosità è legata a tutto quello che è inerente allo  sport, anche in vacanza se vedo sportivi o qualcosa legato allo sport “un occhio ce lo butto sempre”, con un po’ di invidia ma desideroso si scoprire e imparare cose nuove. Altri hobby sono legai molto alla mia famiglia, che è il mio hobby più bello.

Mi piacciono tutte le sfide  che mi si propongono, non mi abbatto mai e sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli perché gli stimoli mi tengono vivo sia a livello lavorativo sia a livello di vita personale; infatti nel periodo del Covid ho aperto un secondo studio e tutt’ora sono sempre alla ricerca di nuovi traguardi ma tenendo sempre con i piedi per terra».


2.      Da dove è nata la sua volontà di voler fare questo lavoro?


«Inizialmente mi sono laureato in scienze motorie perché mi piaceva tutto ciò che era legato all’attività fisica e allo sport; ero un po’ “contrario” a massaggiare e non avrei mai pensato di fare tutto quello che sto facendo adesso. La mia esperienza di sportivo è stata determinante nel mio percorso sia di studi sia di vita e mi ha portato a fare questo.

Poi ci sono stanti un po’ di eventi e di concatenazioni che mi hanno portato a fare questo lavoro attuale: facevo il preparatore atletico principalmente delle squadre di calcio, un giorno per puro caso, non essendoci il massaggiatore della squadra, mi sono ritrovato a ricoprire quel ruolo e a dover massaggiare un ragazzo della squadra che ne necessitava. Ho fatto qualcosa di cui non avevo nessuna capacità e nessuna conoscenza, nonostante questo il  ragazzo si è fidato e io, provando, ho visto che questa nuova esperienza iniziava a piacermi. Questa nuova attività mi interessava molto quindi ho iniziato con dei corsi nei weekend e con dei corsi un po' di strutturati. La passione è aumentata e mi sono trovato davanti a un bivio, mi sono rimboccato le maniche e frequentando un corso serale ho preso l’abilitazione come massoterapista: di sera andavo a scuola e di giorno andavo al lavoro, è stato faticoso ma bello e mi ha portato ad apprendere tutto quello che potevo».


  1. Cosa significa per lei essere un massoterapista?

«Essere un massoterapista per me è qualcosa di importante. Questa è una professione che a livello giuridico ha sempre avuto problemi con altre categorie professionali sanitarie. Di quello che faccio e di quello che sono io sono molto orgoglioso in quanto mi identifico come una figura complementare a quella del fisioterapista con cui collaborare. Il mio socio dello studio è un fisioterapista, con lui facciamo cose diverse ma abbiamo come obiettivo comune finale il benessere della persona.

Collaboro anche con un osteopata che è un’altra figura che fa un lavoro diverso rispetto al mio ma allo stesso tempo ci complimentiamo.

Sono diventato un responsabile della Regione Lombardia in  quanto figura professionale del massoterapista o meglio massaggiatore capo bagnino degli stabilimenti idroterapici, meglio conosciuta come MCB. E questo di conseguenza mi ha portato a insegnare questa professione».

 


4.     
Quali sono gli ingredienti indispensabili del suo lavoro?


«Il primo ingrediente è la passione; bisogna avere passione per fare questo lavoro, bisogna avere tanta passione  e credere in quello che fai sapendo che stai lavorando su delle persone. Quando tu “manipoli fisicamente” una persona le trasmetti delle sensazioni quindi non sono degli oggetti e non devi trattare tutti nello stesso modo, devi saper trattarle in base a quello che trovi, devi saper gestire le tue capacità e devi saper trasmettere sicurezza e tranquillità. Quando una persona si rivolge a me viene perché ha un disagio quindi la prima cosa è capire perché hanno questo disagio, cercare di aiutare questo disagio. Spesso queste persone arrivano con una grande negatività quindi è fondamentale metterle a loro agio e dar loro tanta serenità.

Un altro ingrediente è non fermarsi mai di imparare, di studiare e di approfondire; bisogna sempre investire nella conoscenza, mettersi sempre in gioco e mai sentirsi di essere arrivati. Io insegno ma sono anche studente quindi ti devi mettere anche in gioco sul lato della formazione.

Un terzo ingrediente fondamentale è l'umiltà perché bisogna sapere riconoscere i propri limiti nel vedere quando posso risolvere un problema, quando non posso risolverlo e quando non è di mia competenza».


5.      Quanto è importante l’empatia nel suo lavoro?


«Nel mio lavoro è molto importante l’empatia. Ho imparato che quando entro nel mio studio tutti i problemi familiari e di vita personale/privata devono  restare fuori perché il paziente ha  già un disagio se dall'altra parte trovano un terapista negativo, non si fa altro che sommare disagio al disagio, cioè se non c'è empatia e non si respira qualcosa di positivo è chiaro che il paziente pensa subito di aver buttato via dei soldi. Non bisogna essere troppo empatici, gioiosi, “amiconi” ma neanche dall’altra parte: bisogna cercare di avere un equilibro. L'equilibrio è fondamentale perché da’ professionalità ma allo stesso tempo bisogna anche parlare con la persona dove è possibile e come è possibile, bisogna metterla a suo agio anche con battute e/o argomenti seri, dipende dalla persona che si ha di fronte.

Sono importanti anche l’accortezza e l'educazione: è fondamentale dare sicurezza al paziente».


6.      Quali sono le difficoltà maggiori nel relazionarsi con i pazienti e viceversa?


«Molti pazienti arrivano sfiduciati perché ne hanno già provate tante e hanno già speso molto altrove senza avere nessun beneficio, molti arrivano con l'idea che quel problema non riesco a risolverlo e quindi se lo devono tenere. Molti vengono con un problema semplice che però tante volte è un problema psicosomatico e dovuto allo stress e a problemi emotivi, lavorativi, lutti… e quindi il paziente non vede il miglioramento, non riesce a percepirlo, non capisce  che il trattamento che gli sto facendo gli fa bene. 

Bisogna trovare delle ”chiavi di apertura” per cui i pazienti si lasciano andare nel momento in cui acquisiscono fiducia nelle tue capacità e gli fai capire, è solo da questo  momento che tutte queste persone qui ti  ringrazieranno a vita. Qui entrano in gioco gli ingredienti che abbiamo detto poco fa, quindi le competenze, la passione e la capacità di sapersi relazionare. Bisogna trovare il modo di comunicare con ogni paziente che sia il più efficace possibile e che non crei problemi».


7.      Cosa impara dai pazienti che tratta?


«Dai miei pazienti imparo tanto perché ogni singola patologia non può esser trattata nello stesso modo per un ragazzo di vent’anni e un signore di sessant’anni, si deve fare in  un modo completamente diverso. Questo comporta una grande capacità di capire dove devo cambiare. Capire che la stessa patologia non può essere trattata allo stesso modo per due persone molto diverse, questo è molto importante da sapere. Ciò che è fondamentale è arrivare a un risultato comune che è il benessere e la salute della persona; posso arrivarci in modo diverso ma è importante che ci arrivo  e che la persona sia soddisfatta del risultato, quindi torniamo al concetto di umiltà».


8.      Esiste l’amicizia tra massoterapista e paziente?


«E’ molto importante cercare di differenziare i  ruoli. All'interno dello studio io ho un ruolo secondo cui io devo trattare tutti allo stesso modo, come modalità di comportamento e di approccio come professionista. Poi l’amicizia al di fuori dello studio ci può sempre essere  ed è giusto che ci sia ma in studio tutti sono uguali e vanno trattati tutti allo stesso modo. L'amicizia deve essere tenuta fuori dal proprio lavoro per non mischiare le due cose e non rischiare di dare dei favoritismi».


9.      Mi parli della sua attività di docente universitario.


«La mia attività di insegnante è un’attività che parte con la passione; mi sono trovato dalla parte dello studente e sapere come sono stato formato; ma quando sono uscito dalla scuola e ho sbattuto più volte contro vari aspetti, mi sono sentito in dovere di provare a colmare le lacune di questa professione. Sono partito come assistente ed ora ho una sezione dove insegno e spiego questo lavoro, soprattutto dal punto di vista sportivo».


10.  Quali progetti ha per il futuro?


«Ho già realizzato tanto sia come atleta sia come lavoratore professionista, questo so che non è scontato e per questo sono grato alla vita; ma l'idea in futuro è quella di continuare ad ampliare la mia  attività. Sto lavorando per  ampliare lo studio con nuovi professionisti e gestire i miei studenti se in  futuro vorranno lavorare con me. Ci vogliono passione, dedizione, professionalità e umiltà».


11.  Racconti un episodio simpatico/divertente/riflessivo/curioso/significativo del suo lavoro.


«Quando alla domenica sono in centro con mia moglie e incontro i miei pazienti, questi mi presentano orgogliosi ai loro familiari ringraziandomi per il mio lavoro che gli ha risolto grossi disagi. Questo è molto gratificante e mi dà una carica in più per continuare a fare quello che faccio.

Un altro episodio che ricordo sempre con infinito piacere è quando il giorno in cui ho fatto l’esame finale, durante la cerimonia sono andato a ritirare il mio attestato e il mio direttore  didattico mi ha detto che il giorno successivo avrebbe voluto parlare con me per propormi di iniziare a collaborare con lui. Un'altra gioia sommata alla felicità di quel giorno particolare. Questa scena è quella che vorrei replicare con i miei studenti, anche a me un giorno piacerebbe ritrovare la mia stessa passione per questo lavoro in qualche mio studente e vorrei proporgli una collaborazione».


12.  Tre aggettivi con cui gli altri la definiscono?


«Il primo aggettivo è grande: le persone mi dicono che sono un grande perché talvolta risolvo problemi che per me sono ordinaria amministrazione ma agli occhi del paziente sono difficoltà insormontabili.

Mi dicono che sono il numero uno perché mi piace spaziare, mi piace non fermarmi mai, mi piace sempre fare cose nuove e sperimentare…

Il terzo aggettivo che mi dicono è che mi chiedono di “fare un miracolo” e di recuperare una determinate persona dopo infortuni sportivi per lo più».


13.  Contatti


«E’ possibile avere maggiori informazioni su Paolo Grimoldi e sullo Studio Grimoldi Sport e Salute sul sito https://www.studiogrimoldi.com/ o sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/paolo.grimoldi.180 » 



martedì 29 agosto 2023

 


DI NUOVO A CASA

di Gianluca Pepe

 

Come ogni anno quando si avvicina il periodo estivo si sceglie con cura il posto da visitare e  in cui trascorrere il meritato riposo; quest’anno la meta
scelta è stata l’isola d’Elba, tutta da scoprire con le sue spiagge particolari, il mare cristallino e i fondali meravigliosi pieni di pesci e luccichii. Per poi tornare a Viareggio per una settimana.

La Versilia non stanca mai: appena si arriva, si respira subito odore di casa, di pace, di relax… Si ritrovano le vecchie amicizie di Licia Carlo; e  se ne  fanno di nuove  come Enrico, Samuele, Anna i suoi genitori, Mary e Andrea… tutte persone che ti accolgono subito con sorriso e con tanto amore che ti fanno sentire bene. Quando prendi posto sotto l’ombrellone ti siedi e ti lasci andare in un: “Finalmente di nuovo a casa!”


Però un senso di nostalgia ti stringe il cuore perché davanti a te c’è quella sedia che è rimasta vuota, la guardi con malinconia e ripensi all’anno passato quando li c’era il Gigante Buono, e lì che ti soffermi e ripensi alle chiacchierate, alle risate, alle cene fatte insieme... È li che ricordi tutti i momenti belli passati insieme e capisci che non c’è posto migliore dove vorresti essere in questo momento; è li che ti lascia andare e speri che un giorno il tuo sogno più grande diventi realtà: fare di Viareggio casa tua.

martedì 11 luglio 2023


 REGALA UN SORRISO 1+1

di Valentina Bottini

Torna anche quest’anno l’iniziativa “Regala  un sorriso”, promossa dal trentottenne Gianluca Pepe, che da anni fa del bene a tanti bambini ma anche a tanti adulti volenterosi di fare a loro volta del bene donando ciò che gli è possibile. Quest’anno l’evento di beneficenza ha una veste nuova e diventa “Regala un sorriso 1+1”; si tratta infatti di raccogliere materiale scolastico, da devolvere a strutture come asili e scuole cittadine, ma anche raccogliere alimenti a lunga conservazione che poi verranno distribuiti ad associazioni del territorio.

Verranno raccolti come materiale scolastico quaderni, fogli da disegno colorati, sticker colle, forbici, libri per bambini, matite, pennarelli, tempere, ecc; mentre come alimenti a lunga conservazione si raccoglierà pasta, olio, aceto, legumi, sottaceti, farina, zucchero, sale e scatolame vario come mais, tonno, carne in scatola, ecc.

Sarà possibile donare fino a inizio settembre contattando Gianluca sulla pagina Facebook  “Il Giagy” (https://www.facebook.com/bustolive ) oppure al numero 346 9781333


lunedì 12 giugno 2023

 COSA VUOL DIRE PER UN NAPOLETANO VINCERE LO SCUDETTO

di Gianluca Pepe


Era il lontano 1990, esattamente il 29 aprile, quando il Napoli vinse il suo secondo scudetto. Come dimenticare l’artefice che ci fece vincere quella volta… l’uomo diventato un simbolo, un’ icona, una divinità per tutti i Napoletani: Diego Armando Maradona, un fenomeno con la palla tra i piedi ma fuori dal campo ci sarebbe molto da discutere. Questo però non può cancellare quello che è stato e quello che sarà per Napoli.
Io avevo 5 anni, ero ancora troppo piccolo per capire cosa voleva dire vincere uno scudetto o tifare una squadra, ai tempi non era come oggi, una volta un bambino di 5 anni era solo una creatura alla scoperta del mondo, con i soldatini, le macchinine, si c’era anche la palla ma era solo una palla.  Oggi a 5 anni il bambino deve già sapere palleggiare, sapere scartare ma soprattutto deve già avere la sua squadra del cuore, deve già giocare a calcio. Una volta quando un papà aspettava un figlio sperava che era maschio per portare avanti la dinastia il cognome, ora quando un papà aspetta un figlio maschio la prima cosa che pensa è: farà il calciatore e farà tanti soldi. Bah! 



Se faccio un salto indietro rivedo grandi squadre, come il Milan di Sacchi e di Capello, rivedo grandi giocatori come Maldini, Baresi, Costacurta ma anche Del Piero, Zanetti, Bergomi, Pagliuca,Peruzzi, Di Livio, Ronaldo il fenomeno, Totti, Roberto Baggio. Tutti giocatori che giocavano a pallone per divertirsi, per sport, per amore dei tifosi e per amore della maglia che indossavano. Se guardo a oggi vedo solo giocatori che giocano per monetizzare. Lì capisci che c’è qualcosa ormai nel sistema che non funziona più, così ti allontani un po’ dal calcio e dal tifo, e avendo un figlio maschio il mio primo pensiero è che faccia quello che più gli piace, ma se dovesse essere il calcio farò di tutto perché giochi per divertirsi.
Un giorno all’improvviso però avviene un miracolo, esattamente il 4 maggio 2023 quando il Napoli vince il suo 3 scudetto, io 38 anni mio figlio 3!
Lì la gioia nonostante tutto è tanta, è un’emozione che non si può descrivere, è vedere una città in festa, e che festa, è vedere negli occhi di grandi e piccini una luce immensa, è aver riportato Napoli dove merita di stare, è togliersi un’etichetta durata 33 anni: “Lo scudetto di Maradona”.
Fino a ieri quando sentivi parlare di Napoli veniva sempre accostata come la città della monnezza, la città delle rapine, furti, i famosi quartieri spagnoli! Oggi lo scudetto ha cancellato tutto quello che si diceva, migliaia di persone oggi vanno a Napoli, a visitarla, a fare foto, a prendere un ricordo da portare a casa, oggi milioni di persone parlano bene di Napoli, le stesse che prima parlavano male!
Per un napoletano invece Napoli è la città del sole, del sorriso, la città dei limoni, della mozzarella, del mare della meravigliosa Costiera Amalfitana, la città del Vesuvio, la città dei grandi del cinema come Totò, Edoardo de Filippo, Sofia Loren, Massimo Troisi, cantanti come il mitico e unico Pino Daniele e Nino D’Angelo... per un Napoletano Napoli è Napoli!
E quando un forestiero va al sud chiagne due volte, quando arriva e quando a da parti!



lunedì 29 maggio 2023

 

QUATTRO CHIACCHIERE CON… UN’OPERATRICE SOCIO-SANITARIA 

 

Il 29 maggio è la Giornata Nazionale degli Operatori socio-sanitari, conosciuti con l’acronimo OSS. Spesso il loro lavoro è bistrattato e additato come “pulire le persone, tagliare le unghie, lavare la testa, vestire, fare la doccia, nutrire”; ma so, per le attenzioni in primis su me stessa, che il loro lavoro è molto di più. Essi si prendono cura in toto delle persone che assistono dando loro aiuto non solo concreto, in quelle azioni di cura personale che non riescono a fare da sole, ma anche psicologico, offrendo loro sempre una parola di conforto, ascoltandole e cercando di strappargli un sorriso.

Per celebrare questo giorno abbiamo intervistato un’operatrice sanitaria, orgogliosa del suo lavoro e determinata nel promuovere  la bellezza della sua professione.

  

-Intervista di Valentina Bottini-

 1.     Quali sono le qualità che la figura di OSS dovrebbe avere?

«Un operatore socio sanitario è una persona “speciale” perché, stando a contatto con persone bisognose, è in grado di trasmettere tranquillità e serenità. Egli sa ascoltare, sa comunicare e sa come portare allegria tra i pazienti»

2.     Da dove è nata la tua volontà di voler fare questo lavoro?

«Durante gli anni della scuola superiore ho fatto avuto l’occasione di fare un
primo tirocinio in una scuola materna e un secondo in una RSA. Durante questa mia seconda esperienza mi sono trovata molto bene e mi sono resa conto che stare a contatto con persone bisognose e poterle aiutare poteva essere la mia strada. Infatti dopo le  superiori ho  intrapreso il corso di operatrice socio sanitario e, al suo termine, sono stata assunta in un centro di riabilitazione
»

3.     Spesso il vostro lavoro è bistrattato e additato come “pulire le persone, tagliare le unghie, lavare la testa, vestire, fare la doccia, nutrire”; ma so, per esperienza personale, che il vostro lavoro è molto di più perché vi prendete cura in toto delle persone offrendo loro oltre ad un aiuto concreto anche parole di conforto e sorrisi. Cosa significa per te essere una OSS?

«Essere un’operatrice socio sanitaria mi regala un’infinità di soddisfazioni e mi arricchisce dentro ogni giorno di più. Certo bisogna lavorare con molta discrezione, un’estrema responsabilità e grande professionalità, ma ciò che mi aiuta quotidianamente nel mio lavoro è l’empatia che sviluppo con i
pazienti
»

4.     Quali sono le difficoltà maggiori nel relazionarti con i pazienti e viceversa?

«In alcuni casi si possono creare delle difficoltà quando il paziente è aggressivo e non collabora; quando succede ciò dobbiamo mantenere la calma, cercare di trasmettere tranquillità e capire qual è il problema»

5.     Cosa hai imparato dai pazienti di cui ti prendi cura?

«In questi anni di lavoro ho imparato ad essere sempre più paziente e ad avere molta empatia, ho imparato ad ascoltare e ad osservare, ho imparato a relazionarmi con le persone e con le loro fragilità»

6.     Secondo me voi OSS siete un grande esempio di umanità. Qual è il segreto per esser sempre sorridenti e gentili con i pazienti, anche i più difficili?

«Quello di operatore socio sanitario è un lavoro molto impegnativo ma che porta molte soddisfazioni: quando i pazienti dimostrano che hanno fiducia in noi ci rende davvero contenti, il loro apprezzamento ci ripaga di ogni fatica e ci spinge ogni giorno a dare il meglio di noi stessi. Questo tipo di lavoro ti fa capire quali sono le cose davvero importanti nella vita»

7.     Esiste l’amicizia tra OSS e pazienti?

«Nel nostro lavoro si ha a che fare con molte persone e spesso ad alcuni ci si affeziona, specialmente se ci sono ospiti che stanno in struttura parecchio tempo si instaura un buon rapporto che può continuare anche al di fuori della struttura»

8.     Raccontami un episodio simpatico/significativo del tuo lavoro di OSS.

«Ce ne sarebbero molte di cose da raccontare, sia vicende tristi sia fatti divertenti sia avvenimenti molto teneri. Ci sono anziani che passano tanto tempo nella struttura dove ci vedono quasi tutti i giorni e quindi è facile per loro darci del “tu” e considerarci di famiglia come figli o nipoti; una volte c’era un ospite che ogni giorno mi chiedeva a che ora finivo il turno di lavoro così qualche volta mi avrebbe chiesto un passaggio per tornare a casa , un’altra mi
chiedeva sempre se ci fossero dei pullman e se potevo comprargli il biglietto assicurandomi che la sua mamma mi avrebbe restituito il denaro. In questi casi cerco di assecondare il paziente ma senza  fare grosse promesse, cosicché lo si rende più sereno e collaborativo
»

9.     Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Sensibile, volenterosa, permalosa».

9.     Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci?

«Generosa, emotiva, lunatica».

DIPLOMA di Gianluca Pepe Quando arriva il primo vero traguardo di tuo figlio, il diplomino che sancisce la fine della scuola materna per pas...