lunedì 29 maggio 2023

 

QUATTRO CHIACCHIERE CON… UN’OPERATRICE SOCIO-SANITARIA 

 

Il 29 maggio è la Giornata Nazionale degli Operatori socio-sanitari, conosciuti con l’acronimo OSS. Spesso il loro lavoro è bistrattato e additato come “pulire le persone, tagliare le unghie, lavare la testa, vestire, fare la doccia, nutrire”; ma so, per le attenzioni in primis su me stessa, che il loro lavoro è molto di più. Essi si prendono cura in toto delle persone che assistono dando loro aiuto non solo concreto, in quelle azioni di cura personale che non riescono a fare da sole, ma anche psicologico, offrendo loro sempre una parola di conforto, ascoltandole e cercando di strappargli un sorriso.

Per celebrare questo giorno abbiamo intervistato un’operatrice sanitaria, orgogliosa del suo lavoro e determinata nel promuovere  la bellezza della sua professione.

  

-Intervista di Valentina Bottini-

 1.     Quali sono le qualità che la figura di OSS dovrebbe avere?

«Un operatore socio sanitario è una persona “speciale” perché, stando a contatto con persone bisognose, è in grado di trasmettere tranquillità e serenità. Egli sa ascoltare, sa comunicare e sa come portare allegria tra i pazienti»

2.     Da dove è nata la tua volontà di voler fare questo lavoro?

«Durante gli anni della scuola superiore ho fatto avuto l’occasione di fare un
primo tirocinio in una scuola materna e un secondo in una RSA. Durante questa mia seconda esperienza mi sono trovata molto bene e mi sono resa conto che stare a contatto con persone bisognose e poterle aiutare poteva essere la mia strada. Infatti dopo le  superiori ho  intrapreso il corso di operatrice socio sanitario e, al suo termine, sono stata assunta in un centro di riabilitazione
»

3.     Spesso il vostro lavoro è bistrattato e additato come “pulire le persone, tagliare le unghie, lavare la testa, vestire, fare la doccia, nutrire”; ma so, per esperienza personale, che il vostro lavoro è molto di più perché vi prendete cura in toto delle persone offrendo loro oltre ad un aiuto concreto anche parole di conforto e sorrisi. Cosa significa per te essere una OSS?

«Essere un’operatrice socio sanitaria mi regala un’infinità di soddisfazioni e mi arricchisce dentro ogni giorno di più. Certo bisogna lavorare con molta discrezione, un’estrema responsabilità e grande professionalità, ma ciò che mi aiuta quotidianamente nel mio lavoro è l’empatia che sviluppo con i
pazienti
»

4.     Quali sono le difficoltà maggiori nel relazionarti con i pazienti e viceversa?

«In alcuni casi si possono creare delle difficoltà quando il paziente è aggressivo e non collabora; quando succede ciò dobbiamo mantenere la calma, cercare di trasmettere tranquillità e capire qual è il problema»

5.     Cosa hai imparato dai pazienti di cui ti prendi cura?

«In questi anni di lavoro ho imparato ad essere sempre più paziente e ad avere molta empatia, ho imparato ad ascoltare e ad osservare, ho imparato a relazionarmi con le persone e con le loro fragilità»

6.     Secondo me voi OSS siete un grande esempio di umanità. Qual è il segreto per esser sempre sorridenti e gentili con i pazienti, anche i più difficili?

«Quello di operatore socio sanitario è un lavoro molto impegnativo ma che porta molte soddisfazioni: quando i pazienti dimostrano che hanno fiducia in noi ci rende davvero contenti, il loro apprezzamento ci ripaga di ogni fatica e ci spinge ogni giorno a dare il meglio di noi stessi. Questo tipo di lavoro ti fa capire quali sono le cose davvero importanti nella vita»

7.     Esiste l’amicizia tra OSS e pazienti?

«Nel nostro lavoro si ha a che fare con molte persone e spesso ad alcuni ci si affeziona, specialmente se ci sono ospiti che stanno in struttura parecchio tempo si instaura un buon rapporto che può continuare anche al di fuori della struttura»

8.     Raccontami un episodio simpatico/significativo del tuo lavoro di OSS.

«Ce ne sarebbero molte di cose da raccontare, sia vicende tristi sia fatti divertenti sia avvenimenti molto teneri. Ci sono anziani che passano tanto tempo nella struttura dove ci vedono quasi tutti i giorni e quindi è facile per loro darci del “tu” e considerarci di famiglia come figli o nipoti; una volte c’era un ospite che ogni giorno mi chiedeva a che ora finivo il turno di lavoro così qualche volta mi avrebbe chiesto un passaggio per tornare a casa , un’altra mi
chiedeva sempre se ci fossero dei pullman e se potevo comprargli il biglietto assicurandomi che la sua mamma mi avrebbe restituito il denaro. In questi casi cerco di assecondare il paziente ma senza  fare grosse promesse, cosicché lo si rende più sereno e collaborativo
»

9.     Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Sensibile, volenterosa, permalosa».

9.     Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci?

«Generosa, emotiva, lunatica».

martedì 2 maggio 2023

QUATTRO CHIACCHERE CON... ILARIA NAEF

-Intervista di Valentina Bottini- 

1.      Presentati a 360°

«Sono Ilaria Naef, ho 29 anni e molti mi conoscono come la prima atleta italiana di WCMX (una sorta di skate freestyle in carrozzina dove invece che correre su piste si fanno salti ed evoluzioni negli skatepark o negli spot street; il WCMX è il freestyle con carrozzine apposite). Ho una diplegia spastica dovuta a una paralisi cerebrale. Sono nata con un cesareo d’urgenza a sei mesi e mezzo di gravidanza ed ero molto piccola, per questo si sono verificati questi problemi di deambulazione. Ho studiato traduzione e interpretariato e lavoro come insegnante di inglese alle scuole superiori. Pratico anche Parapowerlifting (è la pesistica paralimpica; disciplina sportiva del sollevamento pesi adattata per gli atleti disabili) da quando avevo 16 anni. Nel tempo libero amo viaggiare per scoprire posti nuovi o per passare del tempo con gli amici sparsi in giro per il mondo».

2.      Che bambina eri?

«Sono sempre stata una bambina molto determinata, sapevo cosa volevo raggiungere e facevo di tutto per arrivarci. Non ho mai avuto paura del giudizio degli altri. Pensa che alle elementari lottavo già contro l’abilismo: ho scritto un tema di protesta perché la maestra non mi aveva lasciato fare il giro del quartiere in bicicletta con i miei compagni durante la lezione di educazione stradale solo perché la mia bici era diversa».

3.      Quando e perché hai scelto il WCMX come  sport? Da dove nasce questa passione?

«Sono sempre stata affascinata dallo skate, ma non pensavo fosse possibile per me praticarlo per via della mia disabilità. Quando avevo circa 14 anni ho scoperto su Youtube un video di un ragazzo americano, Aaron Fotheringham (l’ideatore di questo sport), che con la sua carrozzina girava in uno skatepark e mi sono innamorata del WCMX. Così gli ho scritto una mail, anche se onestamente non mi aspettavo che avrebbe risposto, e invece Lui ha risposto alla mia mail, abbiamo continuato a scriverci e siamo diventati amici. Un giorno mi ha scritto che sarebbe venuto a Roma per partecipare allo Show dei Record e che avremmo potuto incontrarci, così finalmente ci siamo conosciuti di persona. Grazie a lui ho capito che la carrozzina poteva diventare il mio paio di ali e che la disabilità non avrebbe dovuto essere un problema ma un’opportunità. Ho subito deciso che avrei voluto fare quello sport e, non senza difficoltà, ho trasformato il mio sogno in realtà».

4.      Cosa significa per te fare le acrobazie con la carrozzina?

«Per me significa libertà, vuol dire poter essere me stessa e anche poter usare le mie esperienze per aiutare altri».

5.      Cos’è il “backflip”?

«Letteralmente è il salto mortale all’indietro, ovvero è un salto che consiste nel fare una capriola all’indietro con la carrozzina».

6.      Quali titoli hai vinto? Dove fai le gare?

«Non li ho mai contati, due podi ai mondiali di WCMX, diversi campionati italiani di Para Powerlifting e un po’ di europei di WCMX».

7.      Qualche anno fa mi hai detto: «Il mio sogno più grande non è diventare famosa o avere successo per me stessa, ma diffondere il mio sport e raccontare la mia storia. Non si sa mai, magari qualche ragazzino navigando su Internet troverà i miei video e capirà che la sua vita può essere una “figata” e che può diventare chi vuole, proprio come è successo a me qualche anno fa». Questo autunno durante la mia riabilitazione in ospedale, ho conosciuto un ragazzo, anche lui ricoverato, a cui ho parlato di te e gli ho fatto vedere i tuoi video accendendo in lui un grande interesse per il WCMX. Quali consigli puoi dare a chi vuole  iniziare il  WCMX?

«Iniziare ad allenarsi a usare la carrozzina manuale nel modo più indipendente possibile nella vita quotidiana ed esercitarsi ogni giorno per migliorare il controllo. Se possibile, imparare a stare in equilibrio sulle ruote posteriori».

8.      In Italia dove si pratica? A chi ci si può rivolgere?

«A Roma al BNKR Skatepark di viale Kant. Presto sarà possibile anche al Wave di Palazzolo sull’Oglio (BS) e speriamo in molti altri park in tutta Italia».

9.      Esiste l’amicizia nel WCMX?

«Certo, ad esempio due delle persone a cui tengo di più, David e Lisa, le ho conosciute proprio grazie al WCMX e adesso sono tra i miei più cari amici. In generale comunque siamo un gruppo affiatato, non essendo in molti ci conosciamo più o meno tutti e quando ci ritroviamo alle gare internazionali è un po’ come se fossimo una grande famiglia».

10. Quali progetti hai per il futuro? Quali i prossimi passi?

«Vorrei riuscire a rendere il WCMX più popolare in Italia. Ci sto lavorando da anni e abbiamo già fatto progressi in merito ma la strada da fare è ancora molta».

11. Raccontami un episodio significativo della tua esperienza di WCMX.

«L’anno scorso abbiamo organizzato l’evento più grande di WCMX in Italia finora. Hanno partecipato anche i ragazzi tedeschi e moltissime persone sono venute a provare WCMX e adaptive skate, è stato bellissimo. Per me è stato come un sogno che si è realizzato, e spero che si possa continuare questo percorso».

12. In una intervista di 5 anni fa mi avevi detto che ti piaceva il downhill e del desiderio di comprarti una bicicletta adattata per poter fare le discese con i tuoi amici. A che punto sei nella realizzazione di questo progetto?

«Ho fatto downhill con biciclette a noleggio qualche volta, ma ora tra il lavoro, la casa, il WCMX e il Powerlifting non avrei il tempo e le energie necessarie per dedicarmi anche a questo progetto con costanza, perciò per il momento non me ne sto occupando».

13. Se fossi un personaggio storico chi saresti?

«Non lo so, penso di essere semplicemente me stessa. Spero di poter lasciare qualcosa di positivo al mondo».

14. Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Ho chiesto ai miei amici e dicono: Solare, tenace, presente».

15. Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci? Perché?

«Testarda, ottimista, sicura di sé. Perché tendo a vedere sempre l’aspetto positivo di ogni situazione e mi impegno al massimo per raggiungere i miei obiettivi».

 

La pagina FB di Ilaria è: Ilaria Naef WCMX  https://www.facebook.com/ilawheelie  oppure  segui Ilaria su Instagram https://www.instagram.com/ilawheelie/ 

mercoledì 12 aprile 2023

 RIPARTO DA ME

di Redazione a Gianluca Pepe


-  Da cosa nasce questo esperimento sociale?

«Tutto nasce la settimana prima di Pasqua, come fioretto, quasi per gioco. Dopo essermi imbattuto per l’ennesima volta su video stupidi e osè su Tik-Tok di ragazzi che bullizzano i più deboli e di ragazze che fingono di vendere il loro corpo, cioè la loro dignità, per qualche like; ma quando ricevono commenti negativi, si offendono dicendo che in quei video recitano solo una parte...
ho pensato agli anni 90 quando non c’erano social e cellulari con connessione internet ma il telefono serviva solo per telefonare; non c’erano like o visualizzazioni. L’unico pensiero era scendere in cortile per tirare 4 calci al pallone, giocare a guardie e ladri, o passare ore e ore a parlare, ridere, scherzare.
Ho quindi pensato: “Basta! Io non ci sto più a tutta questa munnezza (come si direbbe al mio paese)”, così ho deciso di fare un esperimento sociale semplicemente staccando tutto e facendo un passo indietro, niente cellulare»

- I tuoi amici e la tua famiglia come hanno preso questa tua decisione?

«Mia moglie è abituata a questi miei colpi di testa, queste mie pazzie improvvise. Gli amici e i colleghi hanno pensato che ero un pazzo anzi, addirittura, alcuni hanno iniziato a scommettere su quanto fossi durato e si sono organizzati con chiamate a sorpresa con numeri diversi e a diversi orari per vedere se spegnevo veramente il telefono… dicevano che non sarei durato più di due ore».

- Questo ti ha infastidito?

«No assolutamente anzi, questo mi ha dato ancora più carica. Quello che forse mi ha infastidito di più, sono state le risate su questa mia decisione come se io stessi facendo una cazzata senza senso. Ma forse è stata la cosa più sensata e più bella che potevo fare negli ultimi 5 anni. Anche perchè io arrivo proprio da una generazione dove non c’era la tecnologia quindi sapevo già come si viveva prima e come si vive oggi».

- Meglio prima o oggi?

«100.000 volte meglio prima, baratterei 5 anni della mia vita per tornare negli anni ‘90».

- Perchè dici ciò?

«Perchè in questi giorni ho riscoperto cose perse, come: leggere la gazzetta o un giornale cartaceo (ora si fa tutto con il cellulare), passeggiare nella natura, ascoltare il fischiettio degli uccellini, dedicare più tempo alla mia famiglia e a mio figlio guardandoli negli occhi, senza l’ansia di dover guardare il cellulare per vedere se è arrivato un messaggio, un commento, un like o fare come la maggior parte della popolazione del mondo, che guarda le storie, i post per poi sparlare, o essere invidiosi. Ma poi invidiosi di cosa? Ognuno di noi ha una propria vita e sta a noi renderla belle e magica».

- E’ stato difficile?

«Se devo essere sincero le prime tre ore si, perchè sei abituato ad avere sempre il telefono in mano che diventa come per chi fuma togliergli una sigaretta. Se ci mettiamo anche che, io ho un programma radiofonico dove i social sono la base per aumentare ascolti, e facendo come secondo lavoro il venditore di prodotti 100% Naturali e 100% Biologici, dove la maggior parte di vendite la fai tramite le storie, i Reel e i messaggi su WhatsApp; non è stato facile».

- Per gli auguri di Pasqua come hai fatto?

«Mi ero organizzato prima nel senso che avevo messo sui miei stati questa mia decisione sapendo che l’avrebbero vista tutti, e alle persone importanti ho fatto gli auguri in anticipo».

- Quando hai riacceso il telefono cos’è successo?

«Quello che già sapevo centinaia di messaggi, commenti, email. Ma non ho letto nulla!»


- Come mai?

«Perchè il mio esperimento prevedeva proprio questo, vedere in 3 giorni quanto tempo avrei perso a dover leggere, scrivere, o dover commentare. Quanto tempo avrei dovuto passare al telefono togliendo tempo alla mia famiglia quindi ho cancellato tutto senza guardare nulla».

- Rimpianti o cosa ti senti di consigliare ai giovani d’oggi?

«Rimpianti nessuno, anzi questo mio esperimento mi ha convinto sempre di più a fare questa cosa una volta la mese come pulizia per poi arrivare se riesco a farlo tutti i weekend, spegnere il telefono il venerdì sera e riaccenderlo il lunedì mattina.

È veramente difficile in un mondo dove il cellulare te lo porti pure sulla tazza del gabinetto, l’unica osa che mi viene in mente è una frase di una bellissima canzone di Gabri Ponte che dice: “Ma che ne sanno i 2000"».

lunedì 3 aprile 2023

QUATTRO CHIACCHIERE CON… SUOR ORNELLA GARZETTI (Missionaria dell’Immacolata PIME) 

            -Intervista di Valentina Bottini-


1        Mi descriva in generale la situazione della Guinea Bissau.  

«La Guinea-Bissau è una ex-colonia portoghese, l’indipendenza fu proclamata unilateralmente dalla Guinea-Bissau il 24 settembre 1973 e riconosciuta ufficialmente dal Portogallo solo l'anno seguente. Fa parte dei paesi dell’Africa Occidentale e si affaccia sull’oceano Atlantico. È un Paese ricco di risorse naturali, umane e culturali, ma ancora alla ricerca di un cammino sicuro verso lo sviluppo economico, e la giustizia sociale. La sua popolazione vive di agricoltura, artigianato e commercio ma, come in molti altri paesi del Grande Continente Africano, mancano infrastrutture, industrie e una classe dirigente capace di cercare il vero bene comune attraverso la sanità, l’educazione, la sostenibilità.

La Chiesa locale è vivace e in continua crescita, molti giovani ogni anno chiedono di essere battezzati e di entrare a far parte della famiglia cattolica. Grazie all’impegno e al sacrificio di tanti missionari e missionarie venuti dal mondo intero, oggi la Chiesa Guineense conta con un buon numero di sacerdoti locali e di altrettante suore locali, impegnate nei vari ambiti della promozione umana integrale e nell’evangelizzazione sia nelle città, che nei villaggi più sperduti all’interno del Paese».

2        Perché andare in missione?

«Per noi partire per la missione è rispondere a una chiamata e accogliere un incarico che ci viene affidato, e lo accogliamo nell’obbedienza e nella fede, sicure che sia questa la forma migliore di vivere felici nel compiere la volontà i Dio. Da ragazza avevo frequentato il cammino di Giovani e Missione, ed ero partita per il Bangladesh, fu un’esperienza molto arricchente, mi piaceva tantissimo, mi attraeva la cultura asiatica, per questo, dopo essere entrata dalle Missionarie dell’Immacolata, sognavo di ritornarci».

3        Mi parli della sua missione


«Appartengo alla Congregazione delle Suore Missionarie dell’Immacolata-PIME dal 15 ottobre del 2000, e dopo la formazione iniziale sono stata inviata alla Chiesa della Guinea-Bissau. Oggi posso affermare che qui in Guinea-Bissau mi sento a casa, e certamente sono felice di vivere insieme alle mie consorelle le sfide e le allegrie di questa bella missione africana.

Per noi essere missionarie significa annunciare il Vangelo a tutti, specialmente a coloro che non conoscono o non hanno ancora incontrato il Signore Gesù Resuscitato nella propria vita, siamo inviare nei cinque continenti, specialmente là dove ancora la Chiesa locale necessita di supporto e aiuto».

4        Come è stata accolta quando è arrivata?

«Quando vi arrivai per la prima volta nel 2007 fui da subito colpita dalla vitalità e dal coraggio di questo popolo, che affronta quotidianamente parecchie sfide, nell’ambito dell’assistenza medica, dell’istruzione basica, nel garantire alla propria famiglia il sostentamento necessario per vivere in maniera dignitosa; senza contare le condizioni che da noi sono scontate e che qui sono difficili, come per esempio avere acqua potabile in casa, poter utilizzare elettrodomestici semplici, perché non esiste una rete elettrica, oppure viaggiare da una città all’altra. Eppure tutto ciò non può offuscare il desiderio di migliorare, di avanzare e ottenere migliori e più eque condizioni per tutti».

5        Quali ruoli svolge lì?

«Attualmente vivo nella comunità di Mansoa e mi occupo della formazione dei catechisti, sia della Parrocchia centrale sia delle comunità rurali dipendenti dalla Parrocchia di Sant'Anna.

Anche se l’obbiettivo della nostra presenza è l’evangelizzazione e l’accompagnamento delle comunità cristiane in collaborazione con il clero locale, non possiamo chiudere gli occhi davanti alle necessità della gente, e ci impegniamo per quanto ci è possibile nella promozione sociale, specialmente delle persone che vivono isolati nei villaggi sperduti nella foresta.

Una delle attività che da sempre ha occupato le Missionarie dell’Immacolata in Guinea-Bissau è stata la formazione e la promozione della donna. Il valore della donna nella cultura africana è grande: è la donna che detiene la responsabilità di sostentare e organizzare la famiglia, è la donna che si prende cura del marito che deve cercare mezzi per poter mandare i figli a scuola. Spesso le donne non hanno avuto le stesse opportunità degli uomini: non sempre hanno accesso alla scuola, oppure devono interrompere gli studi per accudire i figli arrivati da gravidanza precoce, o perché date in sposa ancora adolescenti».

6        Quali sono le difficoltà che incontra maggiormente lì?

«Una delle più grandi difficoltà che incontro in questa terra è il viaggiare su piste e strade praticamente impraticabili, la manutenzione delle via di comunicazione che legano le principali città del Paese è inesistente, le condizioni climatiche, specialmente durante il tempo delle piogge, crea grandi voragini, e rovina la strada, che di anno in anno va peggiorando, anche a causa di carichi pesanti provenienti dal Senegal, o dalla Guinea-Conacry, per il commercio. Per me è un vero supplizio, ma questo già è routine per tanti missionari e missionarie che vivono da anni in questa terra, senza parlare dei disagi per la popolazione, specialmente coloro che vivono nei villaggi dell’area rurale».

7        Mi racconti un episodio significativo del suo operato.

«Domenica pomeriggio come abitudine vado a visitare famiglie amiche, e un giovane padre di cinque figli mi raccontava con tanto fervore la fatica e lo spavento provato il giorno prima, quando si trovava nel suo villaggio d’origine. Una sua parente si trovava pronta a dare alla luce, suo marito non ha una macchina, nel villaggio che si trova a 30 km dal primo ospedale nessuno ha una macchina, quindi si è messo a telefonare all’ospedale di Bissorã, ma nessuna ambulanza era disponibile per venirla a prendere. Lui si trovava in motocicletta, e non era prudente portarla in quella forma, soprattutto per la strada dissestata, per questo ha chiamato il suo amico che fa il servizio come trasporto pubblico nei villaggi, ma si trovava fuori area, il suo telefono non era raggiungibile. Dentro tutto questo marasma di corri-corri, chiama e attendi, la donna ha dato alla luce in casa, assistita dalle donne del villaggio. Grazie a Dio il parto è andato bene, sia la madre che la bimba stanno bene.

Questo purtroppo non è un’eccezione, Francesco mi raccontava questo con un grande sorriso, perché la storia è a lieto fine, purtroppo per molte altre donne il momento del parto è traumatico, in Guinea-Bissau abbiamo un alto tasso di decesso di madri, e moltissimi orfani.

Certamente la mortalità materno infantile non è dovuta esclusivamente a causa della scarsità dei trasporti e per l’impraticabilità delle strade, ci sono molti altri fattori, tra i quali la povertà, la mancanza di assistenza medica qualificata per tutto il territorio nazionale, la mancanza di strutture ricettive atte a garantire un buon servizio di salute, ma anche cause culturali e tradizioni ancestrali».

8        Quali prospettive per il  futuro?


«Le Missionarie dell’Immacolata si sono dedicate all’assistenza e all’accompagnamento delle madri, assicurando inoltre un sostegno efficace per i bambini denutriti e malnutriti, gli orfani, gli epilettici fin dall’inizio della loro attività in Bissorã, nel 1983.

Oggi in Guinea-Bissau esistono anche “Case delle Madri”: un servizio sanitario e assistenziale prestato dalla Caritas diocesana, orientato e sostenuto dalla Chiesa Cattolica, nella lotta contro la mortalità materno infantile. Esistono attualmente cinque strutture di questo tipo nel Paese.

Molto si è fatto e molto è ancora da fare, soprattutto nell’area della prevenzione, oltre al vasto campo dell’educazione e della formazione della coscienza, del rispetto dei diritti umani fondamentali.»

9        Dall’Italia quale aiuto possiamo darvi?

«Chi volesse sostenere e aiutare dall’Italia dovrebbe passare attraverso le strutture dei missionari e delle missionarie, attraverso la Caritas diocesana di Bissau e Bafatà».

lunedì 20 marzo 2023

 QUATTRO CHIACCHERE… SULLA FELICITA'  

di Valentina Bottini


La Giornata Internazionale della Felicità si celebra in tutto il mondo il 20 marzo di ogni anno a partire dal 2013. Essa è stata istituita dall’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) il 28 giugno 2012.

Ogni anno viene pubblicata una classifica dell’indice mondiale di felicità. Il World Happiness Report 2023 stabilisce che il Paese più felice del mondo è, per la sesta volta, la Finlandia seguita dalla Danimarca e l'Islanda. L'Italia occupa il 33° posto.

Anche noi di  “uno sguardo sul mondo a 360°” proprio oggi 20 marzo vogliamo celebra la Giornata della Felicità, abbiamo quindi pensato di proporre un’intervista multipla a personaggi famosi e non famosi (che abbiamo già intervistato) facendo loro una semplice domanda: “Cos’è la felicità per te?” Ecco cosa ci hanno risposto:

Gianluca Pepe: “La felicità è il cuore che ride”

Barbara Vagnini “La felicità è riuscire a cogliere il bello e riuscire a provarne gioia, che parte da uno stato dell'animo, per arrivare a manifestarsi in tutto ciò che esiste, anche dalla semplice passeggiata per me è questo. La felicità inizia quando non la cerchi fuori da te o in un altro o in una cosa”

Paolo Pazzaglia:  “La felicità è amare e sentirsi amati. Il sorriso di chi consola, fatto di una gioia che va oltre ogni altra cosa”

Silvia Carlini: “Per me felicità e una sensazione che non ha nè tempo né spazio, che è attimi ma anche periodi... che puoi vederla mentre la vivi e hai piacere a ricordarla. Felicità è qualcosa che ha a che fare con ciò che sei davvero, quando sei davvero te stesso e ti vuoi bene per ciò che sei o ricevi amore da qualcuno o da qualche sensazione come nel vedere la bellezza di un panorama, della natura o da un amico o familiare”

Marco Roma: “La felicità per me è aprire gli occhi la mattina e sentire il mio cuore che grida amore, gioia  e  dolcezza che mi da’ quella carica e quell’adrenalina che mi mandano avanti tutti i giorni”

Franco Tessaro: "La felicità è un atto d’amore verso tutto ciò che Dio ha dato all’uomo”

E i nostri lettori, cosa  pensano che sia la felicità? Ditecelo lasciando un commento di poche parole nell’apposito spazio sotto questo articolo.

lunedì 6 marzo 2023

 QUATTRO CHIACCHIERE CON... AURORA AVVEDUTO 

              -intervista di Valentina Bottini-

1.      Presentati a 360°

«Sono una musicista di 26 anni laureata in pianoforte e attualmente frequento un Master di II livello di musica contemporanea. Insegno pianoforte, musica e propedeutica musicale in diverse scuole del mio territorio.

La mia vita ruota intorno alla musica a 360°, è il mio tutto. Le mie giornate sono incentrate sul pianoforte, dallo studio al lavoro; oltre a pentagrammi e note sono appassionata di sport, in particolare da un po' di anni sono iscritta in palestra che è la mia valvola di sfogo, mi fa sentire bene. 

Adoro l'arte e la fotografia perché mi danno l’opportunità di catturare ciò che mi circonda e che mi meraviglia: una singola nuvola che diventa un drago, le porte colorate delle case di paesini caratteristici, sconosciuti che giocano a carte in riva al mare. Sono anche un'ottima forchetta, il cibo per me non è solo necessità ma è proprio piacere: lo descriverei come vero e proprio godimento!

E infine, amo follemente il Natale. Non tanto il 25 Dicembre in sé... ma l'atmosfera che si respira durante l'Avvento: le mille luci che ti avvolgono, i canti natalizi, i colori tipici di questo periodo, il profumo di cannella, l'attesa che si percepisce. Mi piacerebbe infatti incidere un disco con diversi christmas carols… è uno dei propositi per il 2023!»

2.      Dove e quando è nata la tua passione per la musica?

«Questa è una domanda che mi fa sorridere perchè la mia passione per la musica è nata… per caso: curiosando negli armadi di casa, all'età di 9 anni, trovai una custodia di pelle blu contenente una melodica ovvero una tastiera con un paio di ottave che produce il suono attraverso un tubo nel quale bisogna soffiare. Iniziai a suonarla senza conoscere i nomi delle note e senza saper leggere la musica. Con mia sorella Anastasia alla chitarra, ci divertivamo ad organizzare concerti casalinghi, il nostro cavallo di battaglia era “Il leone si è addormentato”. Il Natale dello stesso anno ricevetti in dono una tastiera, e da lì a poco iniziai a prendere lezioni di pianoforte, contemporaneamente al liceo mi iscrissi al conservatorio... ed ora eccomi qua!

Devo ammettere però che la musica è sempre stata presente in me. Ora riderete ma quando avevo poco meno di due mesi mi cadde in testa un carillon bianco e azzurro a forma di nuvola. Ho ancora il segno sul cranio. Beh, da quel momento la magia delle note su pentagramma non ha mai smesso di far battere il mio cuore».

 3.      Parlami del “Qartetto Foyer”.

«Mi fa molto piacere parlare del “Quartetto Foyer”: ricordo sempre con affetto i momenti trascorsi con gli altri componenti del quartetto. Avevo appena finito il liceo e insieme a due mie amiche di conservatorio abbiamo deciso di formare un trio: violino, violoncello e pianoforte. Successivamente si è aggiunto a noi il Maestro Carlo Bellora, violinista.

Il nostro primo concerto è stato nel foyer di un teatro, da qui il nome del quartetto. Abbiamo avuto un'attività concertistica per circa un anno, nello specifico a Gallarate, dove si trova il conservatorio G.Puccini, istituto in cui ho studiato.

Raccontarti del quartetto mi mette un po' di malinconia e tristezza: purtroppo il Maestro Bellora è scomparso nel 2019, lasciando un vuoto immenso nei cuori di noi studenti. Alcune volte penso alla bella musica suonata insieme a lui e mi ritornano in mente degli aneddoti divertenti che raccontava durante le lezioni di storia della musica... era un uomo che aveva tanto da insegnare».

 4.      Cosa  provi nel momento in cui ti stai esibendo?

«Ansia ahahah! Sono sempre agitata quando devo suonare in pubblico... per questo motivo durante i miei concerti cerco sempre di spiegare agli ascoltatori quello che poi suonerò. Parlare mi calma, mi aiuta a concentrarmi e a dare il meglio durante l'esibizione.
Questa accoppiata secondo me è vincente perchè trovo molto utile immergere il pubblico in quello che poi ascolterà. È giusto offrire anche ad un, passatemi il termine, “ignorante in materia” ma curioso (altrimenti non verrebbe a sentire un concerto di musica classica) di capire la musica, di renderlo partecipe di ogni singola nota che esce dallo strumento, di dargli la possibilità di rimanere meravigliato oppure anche scioccato dalla composizione che ascolta.

Ecco, è questo che cerco e che voglio quando suono:  creare un'atmosfera conviviale nella quale ascoltatore e musicista provino le stesse emozioni. Mi piace pensare che quello che provo io nel momento stesso in cui sto suonando, sia lo stesso che prova chi mi ascolta.
Sentire poi sull'ultima nota del brano, tanti applausi beh.... è qualcosa di talmente gratificante che mi spinge a voler continuare su questa strada; dopo mesi di studio, avere la prova che i sacrifici fatti e l'impegno dato vengono ricambiati è fantastico».

 5.      Cosa vuoi trasmettere a chi ti ascolta?

«Scelgo sempre spartiti che più mi piacciono, che sento più vicini a me. Solitamente studio composizioni molto espressive e ricche di pathos. Diciamo che ogni musicista, come un pittore o uno scrittore, si focalizza su un repertorio, su una corrente artistica e letteraria che sente più sua, e su di essa basa la sua attività.  Ecco, il mio punto di forza non è il grande virtuosismo, il saper fare 1000 note ad un battito di metronomo, ma avere la delicatezza e la dolcezza utile per emozionare chi mi ascolta.

Ammetto che non è stato facile arrivare a capire ciò. Mi sono sempre, e ancora oggi capita, considerata gradini sotto rispetto ad altri miei compagni di conservatorio o musicisti che mi

circondano. Ma grazie all'aiuto del mio insegnante, il Maestro Giorgio Spriano, il quale ha sempre creduto in me e incoraggiato a dare sempre il massimo, ho capito che nonostante esistano difficoltà, bisogna insistere su ciò che si sa fare meglio, sconfiggendo paure e stereotipi.

Due composizioni che definirei come i miei cavalli di battaglia sono “Des pas sur la neige” di Claude Debussy e “Rain tree sketch II” di Toru Takemitsu. In esse trovo delicatezza e sentimento profondo: è questo ciò che mi piace trasmettere a chi mi ascolta, emozioni. Mi piace l'idea di far muovere qualcosa nell'animo umano, punto molto sul diventare una pianista che emoziona con musica passionale rispetto ad una pianista virtuosa: questo è il mio intento. Spero di riuscire in questa impresa che è tutto tranne che facile».

 6.      Cosa significa per te suonare il piano?

«Potrei definire il pianoforte come il mio primo amore: amore che si trasforma anche in pianto quando nonostante i sacrifici e le ore di studio fatte, non si riescono a raggiungere i risultati sperati, a volte arrivando persino a detestare questo colosso di strumento laccato di nero. 
Ricevere pareri negativi, insoddisfazioni, fallimenti ti mettono con le spalle al muro, tante volte ho pesato di mollare perchè non mi sentivo all'altezza, di pensare a come sarebbe la mia vita ora se avessi scelto un'altra facoltà, il famoso “piano b” che ho sentito pronunciare molte volte.
Le giornate nere capitano a tutti, non siamo dei robot. Alla fine quindi torno sempre sui miei passi.
Suonare il pianoforte per me significa tutto. È la mia linfa vitale. Mi emoziono solo al pensiero, anche in questo momento ho la voce tremolante a parlartene. Forse una delle poche certezze che ho nella vita è che voglio suonare! Che sia in un'orchestra, o come solista, o in formazione cameristica. Il mio corpo, la mia mente ha necessità di suonare. La strada è ancora molto lunga e piena di salite, sono giovane, ho così tanto da imparare ancora, ma sono convinta che il mio percorso riserverà qualcosa di straordinario».


7.      Esiste l’amicizia nel mondo della musica?

«Certamente! Forse io non sono la persona più adatta a rispondere a questa domanda perchè purtroppo ho esperienze travagliate nell'ambito dell'amicizia, sono stata definita  una persona “strana” e “non compatibile” perchè ho interessi diversi rispetto alla norma.  Ma oggi ho capito che non è un difetto: sono un’artista, tutti gli artisti sono strani… no? I miei amici si contano per davvero sulle dita di una mano: il detto “pochi ma buoni” fa proprio al mio caso.

Il campo musicale è simile ad uno sport a livello agonistico. Si stringono legami con i compagni, con i Mestri, ma allo stesso tempo si respira aria di competizione, se sei determinato lotti per ciò che vuoi diventare. Il conservatorio G. Puccini è da sempre stato definito come una “seconda casa”. È un ambiente molto familiare, non è caotico, conosci più o meno tutti gli studenti e stringi amicizia molto facilmente. Durante gli anni trascorsi in istituto ho legato moltissimo con diverse persone. Con alcune purtroppo ci siamo perse di vista, con altre invece il rapporto si è consolidato maggiormente, pur abitando a km di distanza o avendo intrapreso strade differenti. L'amicizia la riconosci proprio dal fatto che pur vedendoti una volta all'anno, niente è cambiato. Siete sempre le solite due ragazzine che hanno stretto amicizia durante le lezioni di solfeggio, con la stessa voglia di esserci l'una per l'altra.  L'amicizia è anche spronare l'altro inviandogli per whatsapp bandi di concorsi, audizioni per orchestre, partiture da suonare insieme…»

 

8.      Raccontami un episodio simpatico/divertente/riflessivo/curioso/significativo della tua giovane esperienza.

«Ho sempre desiderato poter suonare in un'orchestra. I diversi strumenti che suonano note diverse ma che insieme creano un' armonia così piena, così completa... beh è indescrivibile!
Il pianoforte purtroppo nell'organico orchestrale non è sempre compreso, a meno che non si parli di un concerto per pianoforte e orchestra, dove il pianista ha ruolo di solista che viene accompagnato poi dagli altri strumenti.

Un giorno curiosando su internet con una mia amica ho notato il bando di audizione per l'Orchestra Verdi di Milano, e mi si sono illuminati gli occhi.  Ero così tesa il giorno dell'audizione, volevo a tutti i costi entrare a far parte di quel mondo. Quando poi, il giorno seguente è arrivata la mail che mi definiva “idonea” sono saltata di gioia. Forse ho addirittura pianto... non ricordo. Essere su un grande palco come l'Auditorium Mahler di Milano è da pelle d'oca. Voi direte: “Ma non è mica il Teatro alla Scala”... vero, ma mi hanno sempre insegnato ad apprezzare e a ringraziare anche per le piccole cose. Quindi per me suonare in quest'orchestra, pur essendo amatoriale, ricevere i complimenti da un direttore, che non è il primo che passa per strada, significa moltissimo. È un piccolo ma grande traguardo!

Mi piacerebbe far parte di un'orchestre sinfonica. Sarà anche in questo caso lungo e difficile il percorso, ma essendo molto determinata non mi fermerò.

Altre grandi emozioni sono state quando per la prima volta sono apparsa su Youtube, sul sito del conservatorio. Era periodo di Covid-19, i teatri erano chiusi, avevo quindi registrato i brani giorni prima e la sera del 7 dicembre alle 20.30 tutti erano sintonizzati ad aspettare che iniziasse il concerto.
Oppure il 6 giugno dell'anno scorso ho avuto la possibilità di esibirmi presso il Teatro del Popolo di Gallarate, sempre all'interno della rassegna concertistica del conservatorio. Ricordo ancora che ero dietro le quinte e avevo una nausea tremenda. Ho chiamato un mio amico dicendogli “O vomito o esco”... sono uscita sul palco a ricevere gli applausi di inizio concerto e da quel momento ho pensato solo a suonare e godermi la mia serata. Le persone erano sedute in sala, tutte per ascoltare me».

9.      Quali progetti hai per il futuro?

«Di progetti e sogni ho la testa piena! La mia mente non si ferma mai.  Mi piace sperimentare e mi lascio incuriosire molto da ciò che  vedo intorno a me. Ho da poco aperto un mio canale YouTube (https://www.youtube.com/@auroraavveduto4096 ), su cui carico delle mie registrazioni di concerti dal vivo o casalinghe. Nell'ultimo video “Des pas sur la neige” ( https://youtu.be/nq7TrPolyB8 ) ho voluto realizzare il mio primo videoclip con le poche conoscenze e i pochi strumenti tecnologici che possiedo. Ad un'immagine classica di me che suono il pianoforte, ho sovrapposto un paesaggio innevato, nel quale cammino avvicinandomi sempre più alla videocamera. Devo dire che sono molto orgogliosa di questo video, spero piaccia anche al pubblico virtuale che mi segue.

Ho molte aspettative sul master di musica contemporanea che sto frequentando, spero possa aprirmi diverse porte e creare grandi stimoli nel mondo musicale.

Come ho già accennato, ogni artista si concentra su una corrente e su un repertorio specifico: io trovo molta affinità con la musica del '900. La definisco come una “calamita”. Mi piacciono le sfide che lancia verso chi decide di eseguirla e capirla. Utilizza scritture diverse da quelle tradizionali, tecniche nuove e diversi modi di suonare gli strumenti più classici. È definita “strana” anche lei… chissà, magari l'Aurora strana ha scelto la strada giusta.

Ho inoltre il desiderio da molto tempo di poter far divertire con la musica i bambini meno fortunati. Penso a Chara, il mio fratellino adottato a distanza, nato in Etiopia. Mi piacerebbe andare nel suo villaggio e regalare anche solo un po' della mia conoscenza musicale a tutti i piccoli che lo abitano.

Infine, insieme ad una mia amica e diversi colleghi di lavoro stiamo pensando a dei concerti durante stagioni cameristiche.

Mi piacerebbe inoltre riproporre il concerto realizzato a giugno dell'anno scorso dal titolo “ '900 a colori” nel quale ho associato la musica di alcuni dei compositori del XX secolo con proiezioni di immagini e colori».

 

10.  Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«La mia strada la costruisco tutta con le mie forze. Purtroppo, o per fortuna, non sono nata Mozart e non ho familiari appartenenti al mondo musicale, non ho le mani molto grandi, quindi non riesco ad avere molta estensione, non sono un fulmine a leggere gli spartiti... insomma, un po' di pecche le ho ma dedico moltissimo tempo allo studio, anima e corpo per raggiungere risultati. Per questo motivo mi hanno attributo gli aggettivi di tenace e appassionata.

Mi definiscono anche creativa perchè sono un vulcano di idee. Sono sempre alla ricerca di spunti per i miei video e concerti.

Per il cuore di mamma invece sono dolce. Nonostante sono determinata a raggiungere i miei obbiettivi artistici, penso che non ci sia niente di più importante della famiglia; la mia famiglia mi ha insegnato i valori più importanti e la persona che sono lo devo a loro».


11.  Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci? Perché?

«Mi rispecchio molto negli aggettivi citati sopra. Sono stati bravi, forse fin troppo gentili.
Aggiungo io allora qualche lato negativo. Pretendo moltissimo da me stessa, a volte anche troppo, sono molto rigida e molto inquadrata, per qualsiasi cosa mi faccio mille paranoie e penso tanto, forse troppo prima di agire. Difficilmente mi metto in mostra, anche se so fare bene una determinata cosa. Sto sempre in disparte, non mi piace stare al centro dell'attenzione… anche se quando sono sul palco e la scena è tutta mia, questo aspetto mi piace... ma questo è un ambito diverso».

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