venerdì 21 dicembre 2018

500 MILA LUCINE A LEGGIUNO,
 ECCO LA "MAGIA" DEL NATALE

di Valentina Bottini


Un intero paese addobbato da 500 mila lucine colorate a ricordarci che il Natale è un periodo magico per scaldare i cuori dalla fredda banalità della routine quotidiana

Mancano pochi giorni a Natale e lo scenario che mi circonda è questo: per le strade tutti si lamentano e vanno veloci perché hanno fretta,  se ci si incontra a piedi scatta la classica frase “se non ci vediamo più, buone feste!”, al supermercato si sfreccia tra gli scaffali agguantando quante più cose il carrello riesce a contenere e la sensazione è sempre quella che “la gente mangia solo durante i giorni di festa”, ai telegiornali si moltiplicano i servizi su dove gli italiani trascorreranno il cenone della vigilia o su quanto spenderanno per i regali, sui social si sprecano foto e selfie in compagnia di alberi e presepi, nei commerciali è partita la corsa per acquistare l'ultimo dono.
Il mio amico Serafino l’altro giorno mi ha scritto rivelandomi di essere quasi nauseato da tutta questa frenesia e da tutto questo consumismo che ruota attorno al 25 dicembre. Questo è  vero per le città ma devo ammettere che nei paesini si respira ancora quell’atmosfera natalizia e un po’ fiabesca di quando si era bambini.

Settimana scorsa, in occasione dell’8 dicembre, sono andata  a Leggiuno, il paese delle lucine: non nascondo che all’inizio ero un po’ scettica ma, appena sono scesa dalle macchina mi sono dovuta ricredere, una magica atmosfera mi ha circondato trasportandomi in un mondo incantato e quasi surreale.
Fino al 6 gennaio a Leggiuno, vicino al Lago Maggiore, per  il sesto anno consecutivo è possibile farsi affascinare dalla poesia di un paese addobbato da 500 mila luci natalizie che illuminano strade, case, giardini, palazzi, balconi dando luogo a uno spettacolo che lascia grandi e piccini a bocca aperta.
L’iniziativa è partita una ventina d’anni fa grazie al signor Betti che dal Brasile, luogo natio della moglie, portò le prime luci con cui abbellire le  proprie decorazioni natalizie. Da quella volta le sue installazioni sono aumentate di anno in anno arrivando a coinvolgere l’intero paese. Le 500 mila luci a led, a basso consumo energetico, ogni anno cambiano danno origine a scenari e installazioni sempre nuove affinchè l’evento non sia mai ripetitivo.
Il percorso fiabesco di Leggiuno parte proprio dalla casa illuminata della famiglia Betti al cui cancello  si arriva passando in uno stretto vicolo addobbato da un pergolato fatto di luci gialle che danno l’idea di un passaggio verso un altro mondo. Nel giardino della casa, tutta illuminata, un prato di fiori che cambiano colore, alberi, cigni, caprette, stambecchi, un laghetto e anche due pavoni «Io vengo tutti gli anni e quei pavoni prima non c’erano. Sono la novità di quest’anno» mi racconta una signora di fianco a me davanti a quello spettacolo emozionante.
Gli altri luoghi significativi sono il bosco incantato, che è una vera “foresta con vegetazione e fauna luminose, caratterizzata da una dettagliata combinazione di particolari che lo rendono unico nel suo genere”, la chiesa, dal cui campanile partono lunghi fili di lucine che creano un cielo stellato sotto il quale si può passeggiare ammirando il presepe a grandezza naturale allestito proprio sul sagrato.
Ad accompagnare lo spettacolo luminoso ogni giorni sono organizzati eventi come mercatini, bancarelle o cori gospel, cioccolata calda o vin brulè.
Insomma qualche ora di evasione dalle città per riassaporare quell’atmosfera fanciullesca che noi grandi abbiamo ormai dimenticato: durante le imminenti feste natalizie consiglio a tutti di farsi un regalo personale e di trascorrere un pomeriggio a Leggiuno.



Articolo pubblicato su Sguardi di Confine: 
https://www.sguardidiconfine.com/500mila-lucine-a-leggiuno-ecco-la-magia-del-natale/ 

sabato 24 novembre 2018


A SCUOLA DI RISPETTO: FIOCCO BIANCO, VIDEO, CONVEGNI E CAMPAGNE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

di Valentina Bottini


In risposta alla “piaga sociale” della violenza sulle donne non è più sufficiente l’operato dei singoli centri antiviolenza e le isolate leggi da sole non possono fare molto; è necessario un cambiamento cultuale partendo dall’insegnamento di valori, quali il rispetto tra uomini e donne e la possibilità di risolvere i conflitti in modo non violento, ai più piccoli perché loro saranno gli  uomini di domani

I numeri dei femminicidi e delle violenze (fisiche, psicologiche, economiche…) sulle donne rivelano che questi comportamenti da parte di uomini, sempre più spesso  conoscenti o parenti delle vittime stesse, che impongono il proprio volere e la propria supremazia con la violenza fisica sono un fattore strutturale della società. Per fronteggiare questa “piaga sociale” non è sufficiente l’operato dei singoli centri antiviolenza, che da anni seguono le vittime e sensibilizzano la cittadinanza con numerose iniziative sull’argomento, né  le isolate leggi possono fare la differenza, anche le denunce talvolta rimangono inascoltate: tutti questi sono interventi posteriori, è necessario agire prima intervenendo sulla mentalità con cui si viene educati  e occorre fare rete mediante azioni sinergiche e trasversali che coinvolgono tutta la comunità.

Ogni anno il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’apice di un mese interamente dedicato ad iniziative sul tema rientranti nella campagna del Fiocco Bianco. La sua origine è da ricercare oltreoceano come conseguenza di un tragico fatto di cronaca avvenuto in Canada ventinove anni fa. Il 6 dicembre 1989 Marc Lépine, venticinquenne canadese di origini franco-algerine, entrò nella facoltà di ingegneria dell’école polytechnique di Montreal e sparò sugli aspiranti ingegneri uccidendo 14 studentesse. A spingere l’uomo a compiere questo folle gesto fu la convinzione di dover ristabilire la superiorità maschile in certi campi del sapere colpendo proprio le donne ree di essersi iscritte a ingegneria, una disciplina ritenuta “maschile”. Nel 1991 è partita “White Ribbon Campaign” una grande mobilitazione di uomini che, di loro iniziativa, hanno voluto prendere le distanze dal pensiero di Lépine scegliendo come semplice segno di indossare un fiocco bianco a simboleggiare “l’impegno personale a non commettere, a non giustificare e a non rimanere in silenzio davanti alla violenza contro le donne”. L’impegno degli uomini a non essere complici del silenzio quest’anno viene testimoniato dal cantante Ermal Meta, vincitore con Fabrizio Moro dell’ultima edizione del Festival di Sanremo, testimonial della campagna #alidiautonomia promossa dall'associazione Donne in Rete contro la violenza (Di.Re).
L’iniziativa del Fiocco Bianco, che ha fatto il giro del mondo riscuotendo numerose adesioni, nel nostro paese si ripete dal 2006 grazie all'associazione Artemisia di Firenze che si è fatta aprifila della campagna del Fiocco Bianco in Italia; da allora il mese di novembre è ricco di eventi di informazione e sensibilizzazione promossi da centri antiviolenza ed enti pubblici che cercano di coinvolgere la cittadinanza, le istituzioni e le amministrazioni.

Bambini, studenti, uomini, donne, anziani: tutti sono chiamati a non esser complici del silenzio. Dal 2014 a Milano si può contribuire alla costruzione di un muro, nato come temporanea installazione artistica ma divenuto ora allegoria dell’opposizione a ogni forma di violenza sulle donne. Quello milanese è un muro di bambole che ha il significato di essere una parete di solidarietà da costruire  per non dimenticare, per scuotere le coscienze, per non restare indifferenti di fronte al triste fenomeno, ma questo muro rappresenta anche le sofferenze e la tenacia delle donne. Preziosa l’adesione di brands del Made in Italy, onlus e artiste, che per primi hanno creato bambole ad hoc, ma anche di cittadini che possono portare la propria bambola. La principale ideatrice dell’iniziativa è stata la cantante Jo Squillo che qualche giorno fa, il 20 novembre, ha presentato a Roma il docufilm ‘Donne e Libertà’ da lei diretto e scritto da Francesca Carollo con i racconti di madri, mogli, fidanzate, sorelle, figlie vittime della prepotenza maschile. Questo docufilm, che nasce dall’esperienza del muro simbolico ‘Wall of Dolls’, era già arrivato al Festival di Venezia, con la partecipazione di Giusy Versace, ma ora è stato presentato nella sala del refettorio alla Camera dei Deputati a studenti e insegnanti; in seguito alla sua visione si è tenuto un dibattito con la stessa Giusy Versace, la senatrice Valeria Fedeli, la sottosegretaria Lucia Borgonzoni e la deputata Mariastella Gelmini.
La potenza delle immagini più che delle parole è il canale che si vuole provare a sfruttare per dire basta alla violenza, un canale cavalcato anche dalla vicepresidente della camera Mara Carfagna, che ha lanciato la campagna di sensibilizzazione con l’hastag #nonènormalechesianormale proponendo a tutti (politici, vip e gente comune) di postare un proprio video contro la violenza sulle donne e contro i femminicidi.

Il Consiglio Europeo già all’inizio degli anni ’90 aveva cercato di contrastare la violenza di genere con alcune isolate iniziative, ma solo nel 2002 fu approvata una “raccomandazione” che invitava gli stati ad adottare una serie di misure per proteggere le vittime e prevenire tali crimini. Il 1° agosto 2014 è entrata in vigore la Convenzione di Istanbul, il primo strumento europeo che propone alle istituzioni azioni strutturali per proteggere le donne ed affrontare il problema da un punto di vista culturale e politico. Il fine è di prevenire e correggere un’errata mentalità diffusa partendo dalla definizione di quali siano i comportamenti da giudicare “violenza di genere”,  non dimenticando che a fianco dei maltrattamenti più eclatanti di cui ci riferiscono i media, ci sono un elevato numero di donne che nel silenzio subiscono soprusi. Esistono poi atteggiamenti correlati su cui ancora non si interviene con decisione come la “cattiva informazione” (ad esempio dando risalto al singolo femminicidio e mettendo in secondo piano uccisioni di donne dopo numerose denunce e violenze domestiche), la giustificazione dei colpevoli di questi atti (con “attenuanti” quali raptus, gelosia e motivi economici) e il cyber bullismo che spesso genera “conseguenze psicologiche devastanti per chi lo subisce”.

Si persiste nel trattare queste tematiche con superficialità, spesso se ne parla con disinteresse minimizzandole e contribuendo alla loro riproduzione; questo è il primo errore perché è necessario un cambio culturale per arginare il manifestarsi di comportamenti subdoli e violenti. I responsabili di questa situazione siamo tutti noi, dai genitori agli insegnanti, dagli educatori agli adulti in generale, ma non solo; i mezzi di comunicazione e di divertimento, trasmettendo troppo  spesso messaggi errati e modelli di comportamenti scorretti, influenzano sia i giovani  che gli adulti. Per cambiare questa mentalità è necessario iniziare però dall’educazione dei più piccoli nelle scuole e soprattutto in famiglia, pensando che saranno gli  uomini di domani.
A volte queste violenze sono di difficile previsione, ma non è impossibile prevenirle e sicuramente l’insegnamento di valori autentici  come il rispetto tra uomini e donne e la possibilità di risolvere i conflitti in modo non violento è fondamentale; noi, in quanto società, dobbiamo avere una cura particolare nell’insegnamento di questi valori ai più piccoli. In alcune scuole superiori da qualche anno si svolgono dei cicli di incontri con gli studenti con il duplice fine di far riflettere sulla violenza di genere e di far emergere casi sommessi. 

Ma sarebbe utile che tutte le scuole di ogni ordine e grado aderissero a simili incontri  perché la prevenzione per combattere la discriminazione deve partire dagli adolescenti e ancor prima dai bambini. Perchè come ha scritto Ermal Meta nel ritornello della sua canzone “Vietato morire”:
«Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai
e ricorda che l'amore non colpisce in faccia mai
figlio mio ricorda
l'uomo che tu diventerai
non sarà mai più grande dell'amore che dai
».



Articolo tratto da Sguardi di Confine:
https://www.sguardidiconfine.com/a-scuola-di-rispetto-fiocco-bianco-video-convegni-e-campagne-contro-la-violenza-di-genere/

lunedì 19 novembre 2018


UN WEEKEND A… PRAGA

di Serafino Z.


Nei primi giorni di Novembre, approfittando del ponte in occasione della festività di Ognissanti, ho avuto il piacere di passare qualche giorno a Praga, la splendida capitale della Repubblica Ceca: è una città moderna e vivace. Nonostante il suo traffico, che non ha nulla da invidiare alle grandi metropoli, quando ci si addentra nei suoi quartieri storici, che fanno di questa città una bomboniera, ci si ritrova immersi in una Praga magica, sospesa tra un passato fatto di imperatori, regni, fasti e ricchezze ed il presente di una città in continuo fermento.

Piazza Vecchia
Divisa in due dal fiume Moldava, sulla sponda sinistra si trova “Mala Strana” (Parte Piccola) con la cittadella del castello, ieri residenza dell’imperatore e oggi sede del governo. Qui si può ammirare la splendida  Cattedrale di San  Vito, con la cappella di San Venceslao (patrono della Repubblica Ceca), e fare una passeggiata nel Vicolo D’Oro, una ‘viuzza’ con minuscole casette e piccole botteghe artigiane nel ‘600, usate poi come abitazioni (Franz Kafka ci visse per qualche mese) e oggi trasformate in graziosi negozi.
Passeggiando tra i vicoli e le piazze di Mala Strana ci si immerge in un atmosfera quasi magica dove ogni angolo ha un pezzo di storia da raccontare essendo testimone di vicende e personaggi che hanno contribuito a formare l’odierna città.
Ponte Carlo
Uno dei simboli di Praga è sicuramente il “Karluv Most” (Ponte Carlo), splendido capolavoro di architettura gotica, che collega  Mala Strana al quartiere “Stare Mesto” (Città Vecchia). Frequentatissimo dai turisti,  adornato  ai lati da statue di santi, da qui si gode di una splendida vista sul fiume Moldava e su parte della città, dove tra una bancarella e l’altra ci si può far ritrarre in una caricatura per poche corone.
Il quartiere Stare Mesto, con la sua immensa piazza è uno dei luoghi turistici più importanti di Praga, su di essa si affacciano numerosi edifici importanti come la Chiesa di San Nicola, il Palazzo Kinský e il Municipio della Città Vecchia con il suo famoso orologio astronomico, punto di riferimento per  turisti sotto al quale si accorre ogni ora per cercare il posto migliore, come si fa ad un concerto, per ammirare il movimento delle statue allo scoccare delle ore.
Poco distante ci si ritrova l’immensa Piazza San Venceslao (nel quartiere “Nové Mèsto”) cuore della Praga moderna e punto centrale per il destino nazionale della storia recente. L’aspetto di Piazza San Venceslao mi ricorda quello di un boulevard parigino: un lunghissimo e largo vialone affiancato da negozi e locali notturni.
Quello che mi ha colpito maggiormente è stata la visita al quartiere ebraico “Josefov”, un mix di storia e sentimenti, ricordi e sogni, leggende e riflessioni, tristezza e speranza.
Cimitero Ebraico
 
Qui ho visitato il cimitero, dove i defunti venivano seppelliti su più strati di terreno per sopperire alla scarsità di spazio disponibile, creando così  una sorta di collina con un impressionante cumulo di lapidi; tra di esse c’è quella del rabbino Jehudalӧw che la leggenda indica come creatore del Golem, un mitologico gigante d’argilla dotato di forza immensa e protettore del popolo ebreo. La sinagoga Pinkasova, dove sulle pareti si possono leggere i nomi degli ebrei di Praga deportati durante l’occupazione nazista; ma la parte più toccante la si trova al piano superiore, dove sono conservati oggetti e disegni di bambini, istantanee sulla quotidianità di quello che era diventato il ghetto viene rappresentata in tutta la sua crudeltà. In quei disegni c’è tutto l’orrore visto dagli occhi dei bambini di gente picchiata  e impiccata, l’essere considerato diverso e inferiore, di minacce ed emarginazione. Testimonianze che fanno ancora riflettere e sperare che quel che è stato non si ripeta più.

Per visitare Praga sono sufficienti solo 2 o 3 giorni e si può girare tranquillamente a piedi… la Praga di Mozart e di Kafka, della birra e dei cristalli di Boemia, dell’attentato a  Heydrich (il boia di Praga) e del muro di John Lennon… tutto questo e molto di più è Praga, consiglio a tutti di andare a scoprirla!




giovedì 25 ottobre 2018


IL “WORLD PASTA DAY” SPEGNE 20 CANDELINE!

di Valentina Bottini


Alzi la mano chi non ha mai canticchiato la famosa canzone “Viva la pappa col pomodoro” di Rita Pavone.
Alzi la mano chi non ricorda la celebre scena del piatto di spaghetti con le polpette del cartone animato della Walt Disney “Lilli e il vagabondo”.
Col sugo, al ragù, con le verdure o con olio e peperoncino. Fresca, di grano duro o integrale. Al forno o nella pentola. Calda o fredda. La pasta è divenuta protagonista inconsapevole di film, cartoni animati, canzoni e programmi televisivi; il rinomato piatto della cucina italiana è famoso in tutto il mondo proprio per le sue qualità di cibo sano, nutriente, veloce da cucinare, semplice da preparare, poco costoso e tipico della dieta mediterranea.
È curioso scoprire che il piatto  sulle tavole attorno a cui ogni giorno si riuniscono le famiglie italiane dal 1998 è festeggiato in tutto il mondo  con una giornata dedicata, il 25 ottobre, che ha l’obiettivo di diffondere la cultura dei valori nutrizionali e la versatilità di questo alimento.
Ogni anno il “PASTA DAY viene celebrato con convegni e manifestazioni a cui partecipano esperti e lavoratori del settore per indagare «aspetti scientifici, economici, tecnologici, culturali e gastronomici legati alla pasta di fronte a un pubblico internazionale formato da produttori di pasta e operatori della filiera, rappresentanti del settore economico, accademici, istituzioni […]».
Ogni anno queste fiere e congressi si svolgono in una città principale, per il 2018 è in corso a Dubai (Emirati Arabi Uniti), ma numerosi eventi sono sparsi in varie città in tutto il mondo.

Nel nostro piccolo abbiamo voluto celebrare questa giornata chiedendo alla nostra collaboratrice Chiara di spiegarci la ricetta della classica pasta Carbonara, che secondo recenti indagini  è la pasta preferita dagli italiani.
Carbonara
Tagliare la pancetta a dadini. Soffriggere in padella oliata e ben calda la pancetta, nel frattempo far bollire l’acqua con la pasta (preferibilmente bucatini, linguine o spaghetti). Mentre si attende che sia cotta, sbattere le uova in una terrina, unendo parmigiano grattugiato e pepe quanto basta. Far raffreddare la pancetta ed unirla al composto. Scolare la pasta e mescolarla con il preparato, se necessario aggiungere olio e ancora del pepe.

venerdì 12 ottobre 2018

      PREMIO NOBEL PER LA PACE 2018:  LA TENACIA DI NADIA MURAD

di Valentina Bottini


 La notizia del conferimento del premio Nobel per la Pace 2018 al congolese sessantatreenne Denis Mukwege e alla venticinquenne Nadia Murad, è arrivata nella mattinata di venerdì 5 ottobre. Due personaggi apparentemente diversi ma accomunati dal loro impegno e coraggio nell’accendere i riflettori sui crimini sessuali, come recita la motivazione durante l’annuncio del Comitato norvegese per i Nobel: “Per i loro sforzi per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”.
Mukwege è un medico specializzato in ginecologia che ha speso la sua vita ad aiutare e difendere le persone coinvolte in violenze e abusi. Murad, rifiutandosi di essere complice del silenzio nella denuncia di violenze di genere in ambito delle guerre, si è impegnata in un’attività di sensibilizzazione girando il mondo e raccontando la sua drammatica storia per far conoscere ogni dettaglio della sua prigionia, trovando il coraggio di descrivere le violenze subite, di ribellarsi e di denunciare tali crimini affinchè non si stia in silenzio davanti a tali oscenità.
Fino all’estate 2014 Nadia, una ragazza irachena yazida (minoranza religiosa non musulmana particolarmente presente nel Caucaso, nel Kurdistan e in Iran), viveva con la madre e numerosi fratelli e sorelle a Kocho, città a maggioranza yazida situata nel nord dell’Iraq, e voleva terminare i suoi studi per diventare insegnante di storia o di lavorare in un salone di bellezza, come estetista.
A metà agosto del 2014 i combattenti dello Stato Islamico arrivarono nel suo villaggio portandosi dietro una scia di sangue e di massacri: separando i bambini dagli uomini e dalle donne e, tra loro, le giovani dalle anziane. molti dei bambini furono portati nei campi di addestramento per futuri combattenti. gli uomini che rifiutarono di convertirsi all’islam, cioè tutti, e le donne reputate troppo vecchie per essere vendute o semplicemente “usate” come schiave sessuali, furono immediatamente uccisi e i loro corpi gettati in fosse comuni, scoperte mesi dopo dalle milizie curde.
Le ragazze tra i 9 e i 28 anni furono rapite dagli uomini del Califfato e portate a Mosul in centri di distribuzione, dove venivano usate e sfruttate come schiave sessuali dai miliziani dell’ISIS. Qui le giovani giornalmente venivano vendute, violentate e torturate. Lei stessa parla delle sevizie subite assieme alle altre ragazze rapite: «Ci usavano per tutto il tempo che volevano, poi una volta finito ci riportavano al centro. Io sono riuscita a fuggire, a differenza di tante altre ragazze meno fortunate. Dopo essere scappata via, ho vissuto per circa un anno all’interno di un campo profughi in Iraq, poi sono riuscita a emigrare in Germania grazie al sostegno di un’associazione che fornisce aiuto e supporto alle vittime sopravvissute». Nadia, infatti, dopo mesi di torture fisiche e psicologiche, nel novembre 2014 è riuscita a fuggire trovando rifugio presso una famiglia della zona che l’aiutò a raggiungere il campo profughi da cui poi ha potuto raggiungere l’Europa con l’aiuto dell’organizzazione umanitaria “Yazda”.
Grazie al sostegno di medici, psicologi e sociologi la Murad è riuscita a trovare la forza per riprendersi dalle violenze patite e trovare il coraggio di parlare di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU rivelando le atrocità subite da lei e dalla sua comunità. Proprio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2016 l’ha nominata “Ambasciatrice di Buona Volontà dell’Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta degli esseri umani”; si tratta della prima onorificenza assegnata, in occasione della Giornata internazionale della Pace, a una vittima dei miliziani del sedicente Stato Islamico.
Ad ottobre dello stesso anno il Consiglio d’Europa le assegnava il premio per la protezione dei diritti umani intestato a “VáclavHavel”. Nello stesso periodo a lei e a Lamiya Aji Bashar, entrambe testimoni viventi dell’orrore dello Stato Islamico e del genocidio del popolo yazida, è assegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero come riconoscimento della loro battaglia.
Ora Nadia sembra una ragazza serena, ma il suo sguardo lascia trasparire un passato di umiliazione e di violenze, ma anche una grande forza di volontà. Nonostante la sofferenza dei ricordi, nel corso di numerosi viaggi e attraverso i diversi social media essa si è impegnata a risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle atrocità subite non soltanto dalla minoranza yazida cui appartiene, ma delle minoranze religiose e culturali di tutto il mondo come ha spiegato lei stessa in una lettera scritta nel 2016: «Mentre le organizzazioni internazionali si occupano di distribuire premi, la sua comunità continua a essere uccisa, le donne tenute prigioniere e usate come oggetti, i bambini costretti a imbracciare le armi […] Raccontare la mia storia e rivivere gli orrori che ho incontrato non è un compito facile, ma il mondo deve sapere. Il mondo deve sentire la responsabilità morale di agire e se la mia storia può influenzare i leader mondiali ad agire allora deve essere raccontata […] Se tutti facciamo la nostra piccola parte, in ogni angolo del mondo, credo che si possano fermare le atrocità di massa contro donne e bambini. Se abbiamo il coraggio di alzarci e combattere per coloro che non conosciamo – che vivono a migliaia di miglia di distanza – siamo in grado di fare la differenza. Il mondo è una comunità e dobbiamo agire come tale».
Articolo pubblicato su Sguardi di confine:
https://www.sguardidiconfine.com/premio-nobel-la-pace-2018-la-tenacia-nadia-murad/
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martedì 18 settembre 2018

EYES - Uno sguardo sul mondo a 360°

Gianluca & Valentina, sono due ragazzi così diversi ma anche così simili.
Con questo blog hanno deciso di dare il via ad una serie di collaborazioni: bagagli di vita, esperienze da raccontare, curiosità da scoprire, approfondimenti per il desiderio di conoscere di ciascuno ma soprattutto persone da aiutare con eventi e progetti ad hoc. Un blog che vuole guardare il mondo a 360° con tutte le sue sfumature.


Un nome, un progetto. La scelta del nome è stata quasi immediata: EYES perché gli occhi sono lo specchio dell’anima, EYES perché vogliamo guardare il mondo in tutte le sue sfaccettature, EYES perché vogliamo capire il mondo da svariati punti di vista, EYES perché vogliamo stare concretamente nel mondo per contribuire a renderlo un posto migliore!

DIPLOMA di Gianluca Pepe Quando arriva il primo vero traguardo di tuo figlio, il diplomino che sancisce la fine della scuola materna per pas...