lunedì 12 giugno 2023

 COSA VUOL DIRE PER UN NAPOLETANO VINCERE LO SCUDETTO

di Gianluca Pepe


Era il lontano 1990, esattamente il 29 aprile, quando il Napoli vinse il suo secondo scudetto. Come dimenticare l’artefice che ci fece vincere quella volta… l’uomo diventato un simbolo, un’ icona, una divinità per tutti i Napoletani: Diego Armando Maradona, un fenomeno con la palla tra i piedi ma fuori dal campo ci sarebbe molto da discutere. Questo però non può cancellare quello che è stato e quello che sarà per Napoli.
Io avevo 5 anni, ero ancora troppo piccolo per capire cosa voleva dire vincere uno scudetto o tifare una squadra, ai tempi non era come oggi, una volta un bambino di 5 anni era solo una creatura alla scoperta del mondo, con i soldatini, le macchinine, si c’era anche la palla ma era solo una palla.  Oggi a 5 anni il bambino deve già sapere palleggiare, sapere scartare ma soprattutto deve già avere la sua squadra del cuore, deve già giocare a calcio. Una volta quando un papà aspettava un figlio sperava che era maschio per portare avanti la dinastia il cognome, ora quando un papà aspetta un figlio maschio la prima cosa che pensa è: farà il calciatore e farà tanti soldi. Bah! 



Se faccio un salto indietro rivedo grandi squadre, come il Milan di Sacchi e di Capello, rivedo grandi giocatori come Maldini, Baresi, Costacurta ma anche Del Piero, Zanetti, Bergomi, Pagliuca,Peruzzi, Di Livio, Ronaldo il fenomeno, Totti, Roberto Baggio. Tutti giocatori che giocavano a pallone per divertirsi, per sport, per amore dei tifosi e per amore della maglia che indossavano. Se guardo a oggi vedo solo giocatori che giocano per monetizzare. Lì capisci che c’è qualcosa ormai nel sistema che non funziona più, così ti allontani un po’ dal calcio e dal tifo, e avendo un figlio maschio il mio primo pensiero è che faccia quello che più gli piace, ma se dovesse essere il calcio farò di tutto perché giochi per divertirsi.
Un giorno all’improvviso però avviene un miracolo, esattamente il 4 maggio 2023 quando il Napoli vince il suo 3 scudetto, io 38 anni mio figlio 3!
Lì la gioia nonostante tutto è tanta, è un’emozione che non si può descrivere, è vedere una città in festa, e che festa, è vedere negli occhi di grandi e piccini una luce immensa, è aver riportato Napoli dove merita di stare, è togliersi un’etichetta durata 33 anni: “Lo scudetto di Maradona”.
Fino a ieri quando sentivi parlare di Napoli veniva sempre accostata come la città della monnezza, la città delle rapine, furti, i famosi quartieri spagnoli! Oggi lo scudetto ha cancellato tutto quello che si diceva, migliaia di persone oggi vanno a Napoli, a visitarla, a fare foto, a prendere un ricordo da portare a casa, oggi milioni di persone parlano bene di Napoli, le stesse che prima parlavano male!
Per un napoletano invece Napoli è la città del sole, del sorriso, la città dei limoni, della mozzarella, del mare della meravigliosa Costiera Amalfitana, la città del Vesuvio, la città dei grandi del cinema come Totò, Edoardo de Filippo, Sofia Loren, Massimo Troisi, cantanti come il mitico e unico Pino Daniele e Nino D’Angelo... per un Napoletano Napoli è Napoli!
E quando un forestiero va al sud chiagne due volte, quando arriva e quando a da parti!



lunedì 29 maggio 2023

 

QUATTRO CHIACCHIERE CON… UN’OPERATRICE SOCIO-SANITARIA 

 

Il 29 maggio è la Giornata Nazionale degli Operatori socio-sanitari, conosciuti con l’acronimo OSS. Spesso il loro lavoro è bistrattato e additato come “pulire le persone, tagliare le unghie, lavare la testa, vestire, fare la doccia, nutrire”; ma so, per le attenzioni in primis su me stessa, che il loro lavoro è molto di più. Essi si prendono cura in toto delle persone che assistono dando loro aiuto non solo concreto, in quelle azioni di cura personale che non riescono a fare da sole, ma anche psicologico, offrendo loro sempre una parola di conforto, ascoltandole e cercando di strappargli un sorriso.

Per celebrare questo giorno abbiamo intervistato un’operatrice sanitaria, orgogliosa del suo lavoro e determinata nel promuovere  la bellezza della sua professione.

  

-Intervista di Valentina Bottini-

 1.     Quali sono le qualità che la figura di OSS dovrebbe avere?

«Un operatore socio sanitario è una persona “speciale” perché, stando a contatto con persone bisognose, è in grado di trasmettere tranquillità e serenità. Egli sa ascoltare, sa comunicare e sa come portare allegria tra i pazienti»

2.     Da dove è nata la tua volontà di voler fare questo lavoro?

«Durante gli anni della scuola superiore ho fatto avuto l’occasione di fare un
primo tirocinio in una scuola materna e un secondo in una RSA. Durante questa mia seconda esperienza mi sono trovata molto bene e mi sono resa conto che stare a contatto con persone bisognose e poterle aiutare poteva essere la mia strada. Infatti dopo le  superiori ho  intrapreso il corso di operatrice socio sanitario e, al suo termine, sono stata assunta in un centro di riabilitazione
»

3.     Spesso il vostro lavoro è bistrattato e additato come “pulire le persone, tagliare le unghie, lavare la testa, vestire, fare la doccia, nutrire”; ma so, per esperienza personale, che il vostro lavoro è molto di più perché vi prendete cura in toto delle persone offrendo loro oltre ad un aiuto concreto anche parole di conforto e sorrisi. Cosa significa per te essere una OSS?

«Essere un’operatrice socio sanitaria mi regala un’infinità di soddisfazioni e mi arricchisce dentro ogni giorno di più. Certo bisogna lavorare con molta discrezione, un’estrema responsabilità e grande professionalità, ma ciò che mi aiuta quotidianamente nel mio lavoro è l’empatia che sviluppo con i
pazienti
»

4.     Quali sono le difficoltà maggiori nel relazionarti con i pazienti e viceversa?

«In alcuni casi si possono creare delle difficoltà quando il paziente è aggressivo e non collabora; quando succede ciò dobbiamo mantenere la calma, cercare di trasmettere tranquillità e capire qual è il problema»

5.     Cosa hai imparato dai pazienti di cui ti prendi cura?

«In questi anni di lavoro ho imparato ad essere sempre più paziente e ad avere molta empatia, ho imparato ad ascoltare e ad osservare, ho imparato a relazionarmi con le persone e con le loro fragilità»

6.     Secondo me voi OSS siete un grande esempio di umanità. Qual è il segreto per esser sempre sorridenti e gentili con i pazienti, anche i più difficili?

«Quello di operatore socio sanitario è un lavoro molto impegnativo ma che porta molte soddisfazioni: quando i pazienti dimostrano che hanno fiducia in noi ci rende davvero contenti, il loro apprezzamento ci ripaga di ogni fatica e ci spinge ogni giorno a dare il meglio di noi stessi. Questo tipo di lavoro ti fa capire quali sono le cose davvero importanti nella vita»

7.     Esiste l’amicizia tra OSS e pazienti?

«Nel nostro lavoro si ha a che fare con molte persone e spesso ad alcuni ci si affeziona, specialmente se ci sono ospiti che stanno in struttura parecchio tempo si instaura un buon rapporto che può continuare anche al di fuori della struttura»

8.     Raccontami un episodio simpatico/significativo del tuo lavoro di OSS.

«Ce ne sarebbero molte di cose da raccontare, sia vicende tristi sia fatti divertenti sia avvenimenti molto teneri. Ci sono anziani che passano tanto tempo nella struttura dove ci vedono quasi tutti i giorni e quindi è facile per loro darci del “tu” e considerarci di famiglia come figli o nipoti; una volte c’era un ospite che ogni giorno mi chiedeva a che ora finivo il turno di lavoro così qualche volta mi avrebbe chiesto un passaggio per tornare a casa , un’altra mi
chiedeva sempre se ci fossero dei pullman e se potevo comprargli il biglietto assicurandomi che la sua mamma mi avrebbe restituito il denaro. In questi casi cerco di assecondare il paziente ma senza  fare grosse promesse, cosicché lo si rende più sereno e collaborativo
»

9.     Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Sensibile, volenterosa, permalosa».

9.     Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci?

«Generosa, emotiva, lunatica».

martedì 2 maggio 2023

QUATTRO CHIACCHERE CON... ILARIA NAEF

-Intervista di Valentina Bottini- 

1.      Presentati a 360°

«Sono Ilaria Naef, ho 29 anni e molti mi conoscono come la prima atleta italiana di WCMX (una sorta di skate freestyle in carrozzina dove invece che correre su piste si fanno salti ed evoluzioni negli skatepark o negli spot street; il WCMX è il freestyle con carrozzine apposite). Ho una diplegia spastica dovuta a una paralisi cerebrale. Sono nata con un cesareo d’urgenza a sei mesi e mezzo di gravidanza ed ero molto piccola, per questo si sono verificati questi problemi di deambulazione. Ho studiato traduzione e interpretariato e lavoro come insegnante di inglese alle scuole superiori. Pratico anche Parapowerlifting (è la pesistica paralimpica; disciplina sportiva del sollevamento pesi adattata per gli atleti disabili) da quando avevo 16 anni. Nel tempo libero amo viaggiare per scoprire posti nuovi o per passare del tempo con gli amici sparsi in giro per il mondo».

2.      Che bambina eri?

«Sono sempre stata una bambina molto determinata, sapevo cosa volevo raggiungere e facevo di tutto per arrivarci. Non ho mai avuto paura del giudizio degli altri. Pensa che alle elementari lottavo già contro l’abilismo: ho scritto un tema di protesta perché la maestra non mi aveva lasciato fare il giro del quartiere in bicicletta con i miei compagni durante la lezione di educazione stradale solo perché la mia bici era diversa».

3.      Quando e perché hai scelto il WCMX come  sport? Da dove nasce questa passione?

«Sono sempre stata affascinata dallo skate, ma non pensavo fosse possibile per me praticarlo per via della mia disabilità. Quando avevo circa 14 anni ho scoperto su Youtube un video di un ragazzo americano, Aaron Fotheringham (l’ideatore di questo sport), che con la sua carrozzina girava in uno skatepark e mi sono innamorata del WCMX. Così gli ho scritto una mail, anche se onestamente non mi aspettavo che avrebbe risposto, e invece Lui ha risposto alla mia mail, abbiamo continuato a scriverci e siamo diventati amici. Un giorno mi ha scritto che sarebbe venuto a Roma per partecipare allo Show dei Record e che avremmo potuto incontrarci, così finalmente ci siamo conosciuti di persona. Grazie a lui ho capito che la carrozzina poteva diventare il mio paio di ali e che la disabilità non avrebbe dovuto essere un problema ma un’opportunità. Ho subito deciso che avrei voluto fare quello sport e, non senza difficoltà, ho trasformato il mio sogno in realtà».

4.      Cosa significa per te fare le acrobazie con la carrozzina?

«Per me significa libertà, vuol dire poter essere me stessa e anche poter usare le mie esperienze per aiutare altri».

5.      Cos’è il “backflip”?

«Letteralmente è il salto mortale all’indietro, ovvero è un salto che consiste nel fare una capriola all’indietro con la carrozzina».

6.      Quali titoli hai vinto? Dove fai le gare?

«Non li ho mai contati, due podi ai mondiali di WCMX, diversi campionati italiani di Para Powerlifting e un po’ di europei di WCMX».

7.      Qualche anno fa mi hai detto: «Il mio sogno più grande non è diventare famosa o avere successo per me stessa, ma diffondere il mio sport e raccontare la mia storia. Non si sa mai, magari qualche ragazzino navigando su Internet troverà i miei video e capirà che la sua vita può essere una “figata” e che può diventare chi vuole, proprio come è successo a me qualche anno fa». Questo autunno durante la mia riabilitazione in ospedale, ho conosciuto un ragazzo, anche lui ricoverato, a cui ho parlato di te e gli ho fatto vedere i tuoi video accendendo in lui un grande interesse per il WCMX. Quali consigli puoi dare a chi vuole  iniziare il  WCMX?

«Iniziare ad allenarsi a usare la carrozzina manuale nel modo più indipendente possibile nella vita quotidiana ed esercitarsi ogni giorno per migliorare il controllo. Se possibile, imparare a stare in equilibrio sulle ruote posteriori».

8.      In Italia dove si pratica? A chi ci si può rivolgere?

«A Roma al BNKR Skatepark di viale Kant. Presto sarà possibile anche al Wave di Palazzolo sull’Oglio (BS) e speriamo in molti altri park in tutta Italia».

9.      Esiste l’amicizia nel WCMX?

«Certo, ad esempio due delle persone a cui tengo di più, David e Lisa, le ho conosciute proprio grazie al WCMX e adesso sono tra i miei più cari amici. In generale comunque siamo un gruppo affiatato, non essendo in molti ci conosciamo più o meno tutti e quando ci ritroviamo alle gare internazionali è un po’ come se fossimo una grande famiglia».

10. Quali progetti hai per il futuro? Quali i prossimi passi?

«Vorrei riuscire a rendere il WCMX più popolare in Italia. Ci sto lavorando da anni e abbiamo già fatto progressi in merito ma la strada da fare è ancora molta».

11. Raccontami un episodio significativo della tua esperienza di WCMX.

«L’anno scorso abbiamo organizzato l’evento più grande di WCMX in Italia finora. Hanno partecipato anche i ragazzi tedeschi e moltissime persone sono venute a provare WCMX e adaptive skate, è stato bellissimo. Per me è stato come un sogno che si è realizzato, e spero che si possa continuare questo percorso».

12. In una intervista di 5 anni fa mi avevi detto che ti piaceva il downhill e del desiderio di comprarti una bicicletta adattata per poter fare le discese con i tuoi amici. A che punto sei nella realizzazione di questo progetto?

«Ho fatto downhill con biciclette a noleggio qualche volta, ma ora tra il lavoro, la casa, il WCMX e il Powerlifting non avrei il tempo e le energie necessarie per dedicarmi anche a questo progetto con costanza, perciò per il momento non me ne sto occupando».

13. Se fossi un personaggio storico chi saresti?

«Non lo so, penso di essere semplicemente me stessa. Spero di poter lasciare qualcosa di positivo al mondo».

14. Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Ho chiesto ai miei amici e dicono: Solare, tenace, presente».

15. Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci? Perché?

«Testarda, ottimista, sicura di sé. Perché tendo a vedere sempre l’aspetto positivo di ogni situazione e mi impegno al massimo per raggiungere i miei obiettivi».

 

La pagina FB di Ilaria è: Ilaria Naef WCMX  https://www.facebook.com/ilawheelie  oppure  segui Ilaria su Instagram https://www.instagram.com/ilawheelie/ 

mercoledì 12 aprile 2023

 RIPARTO DA ME

di Redazione a Gianluca Pepe


-  Da cosa nasce questo esperimento sociale?

«Tutto nasce la settimana prima di Pasqua, come fioretto, quasi per gioco. Dopo essermi imbattuto per l’ennesima volta su video stupidi e osè su Tik-Tok di ragazzi che bullizzano i più deboli e di ragazze che fingono di vendere il loro corpo, cioè la loro dignità, per qualche like; ma quando ricevono commenti negativi, si offendono dicendo che in quei video recitano solo una parte...
ho pensato agli anni 90 quando non c’erano social e cellulari con connessione internet ma il telefono serviva solo per telefonare; non c’erano like o visualizzazioni. L’unico pensiero era scendere in cortile per tirare 4 calci al pallone, giocare a guardie e ladri, o passare ore e ore a parlare, ridere, scherzare.
Ho quindi pensato: “Basta! Io non ci sto più a tutta questa munnezza (come si direbbe al mio paese)”, così ho deciso di fare un esperimento sociale semplicemente staccando tutto e facendo un passo indietro, niente cellulare»

- I tuoi amici e la tua famiglia come hanno preso questa tua decisione?

«Mia moglie è abituata a questi miei colpi di testa, queste mie pazzie improvvise. Gli amici e i colleghi hanno pensato che ero un pazzo anzi, addirittura, alcuni hanno iniziato a scommettere su quanto fossi durato e si sono organizzati con chiamate a sorpresa con numeri diversi e a diversi orari per vedere se spegnevo veramente il telefono… dicevano che non sarei durato più di due ore».

- Questo ti ha infastidito?

«No assolutamente anzi, questo mi ha dato ancora più carica. Quello che forse mi ha infastidito di più, sono state le risate su questa mia decisione come se io stessi facendo una cazzata senza senso. Ma forse è stata la cosa più sensata e più bella che potevo fare negli ultimi 5 anni. Anche perchè io arrivo proprio da una generazione dove non c’era la tecnologia quindi sapevo già come si viveva prima e come si vive oggi».

- Meglio prima o oggi?

«100.000 volte meglio prima, baratterei 5 anni della mia vita per tornare negli anni ‘90».

- Perchè dici ciò?

«Perchè in questi giorni ho riscoperto cose perse, come: leggere la gazzetta o un giornale cartaceo (ora si fa tutto con il cellulare), passeggiare nella natura, ascoltare il fischiettio degli uccellini, dedicare più tempo alla mia famiglia e a mio figlio guardandoli negli occhi, senza l’ansia di dover guardare il cellulare per vedere se è arrivato un messaggio, un commento, un like o fare come la maggior parte della popolazione del mondo, che guarda le storie, i post per poi sparlare, o essere invidiosi. Ma poi invidiosi di cosa? Ognuno di noi ha una propria vita e sta a noi renderla belle e magica».

- E’ stato difficile?

«Se devo essere sincero le prime tre ore si, perchè sei abituato ad avere sempre il telefono in mano che diventa come per chi fuma togliergli una sigaretta. Se ci mettiamo anche che, io ho un programma radiofonico dove i social sono la base per aumentare ascolti, e facendo come secondo lavoro il venditore di prodotti 100% Naturali e 100% Biologici, dove la maggior parte di vendite la fai tramite le storie, i Reel e i messaggi su WhatsApp; non è stato facile».

- Per gli auguri di Pasqua come hai fatto?

«Mi ero organizzato prima nel senso che avevo messo sui miei stati questa mia decisione sapendo che l’avrebbero vista tutti, e alle persone importanti ho fatto gli auguri in anticipo».

- Quando hai riacceso il telefono cos’è successo?

«Quello che già sapevo centinaia di messaggi, commenti, email. Ma non ho letto nulla!»


- Come mai?

«Perchè il mio esperimento prevedeva proprio questo, vedere in 3 giorni quanto tempo avrei perso a dover leggere, scrivere, o dover commentare. Quanto tempo avrei dovuto passare al telefono togliendo tempo alla mia famiglia quindi ho cancellato tutto senza guardare nulla».

- Rimpianti o cosa ti senti di consigliare ai giovani d’oggi?

«Rimpianti nessuno, anzi questo mio esperimento mi ha convinto sempre di più a fare questa cosa una volta la mese come pulizia per poi arrivare se riesco a farlo tutti i weekend, spegnere il telefono il venerdì sera e riaccenderlo il lunedì mattina.

È veramente difficile in un mondo dove il cellulare te lo porti pure sulla tazza del gabinetto, l’unica osa che mi viene in mente è una frase di una bellissima canzone di Gabri Ponte che dice: “Ma che ne sanno i 2000"».

lunedì 3 aprile 2023

QUATTRO CHIACCHIERE CON… SUOR ORNELLA GARZETTI (Missionaria dell’Immacolata PIME) 

            -Intervista di Valentina Bottini-


1        Mi descriva in generale la situazione della Guinea Bissau.  

«La Guinea-Bissau è una ex-colonia portoghese, l’indipendenza fu proclamata unilateralmente dalla Guinea-Bissau il 24 settembre 1973 e riconosciuta ufficialmente dal Portogallo solo l'anno seguente. Fa parte dei paesi dell’Africa Occidentale e si affaccia sull’oceano Atlantico. È un Paese ricco di risorse naturali, umane e culturali, ma ancora alla ricerca di un cammino sicuro verso lo sviluppo economico, e la giustizia sociale. La sua popolazione vive di agricoltura, artigianato e commercio ma, come in molti altri paesi del Grande Continente Africano, mancano infrastrutture, industrie e una classe dirigente capace di cercare il vero bene comune attraverso la sanità, l’educazione, la sostenibilità.

La Chiesa locale è vivace e in continua crescita, molti giovani ogni anno chiedono di essere battezzati e di entrare a far parte della famiglia cattolica. Grazie all’impegno e al sacrificio di tanti missionari e missionarie venuti dal mondo intero, oggi la Chiesa Guineense conta con un buon numero di sacerdoti locali e di altrettante suore locali, impegnate nei vari ambiti della promozione umana integrale e nell’evangelizzazione sia nelle città, che nei villaggi più sperduti all’interno del Paese».

2        Perché andare in missione?

«Per noi partire per la missione è rispondere a una chiamata e accogliere un incarico che ci viene affidato, e lo accogliamo nell’obbedienza e nella fede, sicure che sia questa la forma migliore di vivere felici nel compiere la volontà i Dio. Da ragazza avevo frequentato il cammino di Giovani e Missione, ed ero partita per il Bangladesh, fu un’esperienza molto arricchente, mi piaceva tantissimo, mi attraeva la cultura asiatica, per questo, dopo essere entrata dalle Missionarie dell’Immacolata, sognavo di ritornarci».

3        Mi parli della sua missione


«Appartengo alla Congregazione delle Suore Missionarie dell’Immacolata-PIME dal 15 ottobre del 2000, e dopo la formazione iniziale sono stata inviata alla Chiesa della Guinea-Bissau. Oggi posso affermare che qui in Guinea-Bissau mi sento a casa, e certamente sono felice di vivere insieme alle mie consorelle le sfide e le allegrie di questa bella missione africana.

Per noi essere missionarie significa annunciare il Vangelo a tutti, specialmente a coloro che non conoscono o non hanno ancora incontrato il Signore Gesù Resuscitato nella propria vita, siamo inviare nei cinque continenti, specialmente là dove ancora la Chiesa locale necessita di supporto e aiuto».

4        Come è stata accolta quando è arrivata?

«Quando vi arrivai per la prima volta nel 2007 fui da subito colpita dalla vitalità e dal coraggio di questo popolo, che affronta quotidianamente parecchie sfide, nell’ambito dell’assistenza medica, dell’istruzione basica, nel garantire alla propria famiglia il sostentamento necessario per vivere in maniera dignitosa; senza contare le condizioni che da noi sono scontate e che qui sono difficili, come per esempio avere acqua potabile in casa, poter utilizzare elettrodomestici semplici, perché non esiste una rete elettrica, oppure viaggiare da una città all’altra. Eppure tutto ciò non può offuscare il desiderio di migliorare, di avanzare e ottenere migliori e più eque condizioni per tutti».

5        Quali ruoli svolge lì?

«Attualmente vivo nella comunità di Mansoa e mi occupo della formazione dei catechisti, sia della Parrocchia centrale sia delle comunità rurali dipendenti dalla Parrocchia di Sant'Anna.

Anche se l’obbiettivo della nostra presenza è l’evangelizzazione e l’accompagnamento delle comunità cristiane in collaborazione con il clero locale, non possiamo chiudere gli occhi davanti alle necessità della gente, e ci impegniamo per quanto ci è possibile nella promozione sociale, specialmente delle persone che vivono isolati nei villaggi sperduti nella foresta.

Una delle attività che da sempre ha occupato le Missionarie dell’Immacolata in Guinea-Bissau è stata la formazione e la promozione della donna. Il valore della donna nella cultura africana è grande: è la donna che detiene la responsabilità di sostentare e organizzare la famiglia, è la donna che si prende cura del marito che deve cercare mezzi per poter mandare i figli a scuola. Spesso le donne non hanno avuto le stesse opportunità degli uomini: non sempre hanno accesso alla scuola, oppure devono interrompere gli studi per accudire i figli arrivati da gravidanza precoce, o perché date in sposa ancora adolescenti».

6        Quali sono le difficoltà che incontra maggiormente lì?

«Una delle più grandi difficoltà che incontro in questa terra è il viaggiare su piste e strade praticamente impraticabili, la manutenzione delle via di comunicazione che legano le principali città del Paese è inesistente, le condizioni climatiche, specialmente durante il tempo delle piogge, crea grandi voragini, e rovina la strada, che di anno in anno va peggiorando, anche a causa di carichi pesanti provenienti dal Senegal, o dalla Guinea-Conacry, per il commercio. Per me è un vero supplizio, ma questo già è routine per tanti missionari e missionarie che vivono da anni in questa terra, senza parlare dei disagi per la popolazione, specialmente coloro che vivono nei villaggi dell’area rurale».

7        Mi racconti un episodio significativo del suo operato.

«Domenica pomeriggio come abitudine vado a visitare famiglie amiche, e un giovane padre di cinque figli mi raccontava con tanto fervore la fatica e lo spavento provato il giorno prima, quando si trovava nel suo villaggio d’origine. Una sua parente si trovava pronta a dare alla luce, suo marito non ha una macchina, nel villaggio che si trova a 30 km dal primo ospedale nessuno ha una macchina, quindi si è messo a telefonare all’ospedale di Bissorã, ma nessuna ambulanza era disponibile per venirla a prendere. Lui si trovava in motocicletta, e non era prudente portarla in quella forma, soprattutto per la strada dissestata, per questo ha chiamato il suo amico che fa il servizio come trasporto pubblico nei villaggi, ma si trovava fuori area, il suo telefono non era raggiungibile. Dentro tutto questo marasma di corri-corri, chiama e attendi, la donna ha dato alla luce in casa, assistita dalle donne del villaggio. Grazie a Dio il parto è andato bene, sia la madre che la bimba stanno bene.

Questo purtroppo non è un’eccezione, Francesco mi raccontava questo con un grande sorriso, perché la storia è a lieto fine, purtroppo per molte altre donne il momento del parto è traumatico, in Guinea-Bissau abbiamo un alto tasso di decesso di madri, e moltissimi orfani.

Certamente la mortalità materno infantile non è dovuta esclusivamente a causa della scarsità dei trasporti e per l’impraticabilità delle strade, ci sono molti altri fattori, tra i quali la povertà, la mancanza di assistenza medica qualificata per tutto il territorio nazionale, la mancanza di strutture ricettive atte a garantire un buon servizio di salute, ma anche cause culturali e tradizioni ancestrali».

8        Quali prospettive per il  futuro?


«Le Missionarie dell’Immacolata si sono dedicate all’assistenza e all’accompagnamento delle madri, assicurando inoltre un sostegno efficace per i bambini denutriti e malnutriti, gli orfani, gli epilettici fin dall’inizio della loro attività in Bissorã, nel 1983.

Oggi in Guinea-Bissau esistono anche “Case delle Madri”: un servizio sanitario e assistenziale prestato dalla Caritas diocesana, orientato e sostenuto dalla Chiesa Cattolica, nella lotta contro la mortalità materno infantile. Esistono attualmente cinque strutture di questo tipo nel Paese.

Molto si è fatto e molto è ancora da fare, soprattutto nell’area della prevenzione, oltre al vasto campo dell’educazione e della formazione della coscienza, del rispetto dei diritti umani fondamentali.»

9        Dall’Italia quale aiuto possiamo darvi?

«Chi volesse sostenere e aiutare dall’Italia dovrebbe passare attraverso le strutture dei missionari e delle missionarie, attraverso la Caritas diocesana di Bissau e Bafatà».

lunedì 20 marzo 2023

 QUATTRO CHIACCHERE… SULLA FELICITA'  

di Valentina Bottini


La Giornata Internazionale della Felicità si celebra in tutto il mondo il 20 marzo di ogni anno a partire dal 2013. Essa è stata istituita dall’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) il 28 giugno 2012.

Ogni anno viene pubblicata una classifica dell’indice mondiale di felicità. Il World Happiness Report 2023 stabilisce che il Paese più felice del mondo è, per la sesta volta, la Finlandia seguita dalla Danimarca e l'Islanda. L'Italia occupa il 33° posto.

Anche noi di  “uno sguardo sul mondo a 360°” proprio oggi 20 marzo vogliamo celebra la Giornata della Felicità, abbiamo quindi pensato di proporre un’intervista multipla a personaggi famosi e non famosi (che abbiamo già intervistato) facendo loro una semplice domanda: “Cos’è la felicità per te?” Ecco cosa ci hanno risposto:

Gianluca Pepe: “La felicità è il cuore che ride”

Barbara Vagnini “La felicità è riuscire a cogliere il bello e riuscire a provarne gioia, che parte da uno stato dell'animo, per arrivare a manifestarsi in tutto ciò che esiste, anche dalla semplice passeggiata per me è questo. La felicità inizia quando non la cerchi fuori da te o in un altro o in una cosa”

Paolo Pazzaglia:  “La felicità è amare e sentirsi amati. Il sorriso di chi consola, fatto di una gioia che va oltre ogni altra cosa”

Silvia Carlini: “Per me felicità e una sensazione che non ha nè tempo né spazio, che è attimi ma anche periodi... che puoi vederla mentre la vivi e hai piacere a ricordarla. Felicità è qualcosa che ha a che fare con ciò che sei davvero, quando sei davvero te stesso e ti vuoi bene per ciò che sei o ricevi amore da qualcuno o da qualche sensazione come nel vedere la bellezza di un panorama, della natura o da un amico o familiare”

Marco Roma: “La felicità per me è aprire gli occhi la mattina e sentire il mio cuore che grida amore, gioia  e  dolcezza che mi da’ quella carica e quell’adrenalina che mi mandano avanti tutti i giorni”

Franco Tessaro: "La felicità è un atto d’amore verso tutto ciò che Dio ha dato all’uomo”

E i nostri lettori, cosa  pensano che sia la felicità? Ditecelo lasciando un commento di poche parole nell’apposito spazio sotto questo articolo.

BAMBINO SPECIALE  di Gianluca Pepe Se penso che fino ieri ti accompagnavo all’asilo e oggi ti ho accompagnato al tuo primo giorno di scuola ...