lunedì 6 marzo 2023

 QUATTRO CHIACCHIERE CON... AURORA AVVEDUTO 

              -intervista di Valentina Bottini-

1.      Presentati a 360°

«Sono una musicista di 26 anni laureata in pianoforte e attualmente frequento un Master di II livello di musica contemporanea. Insegno pianoforte, musica e propedeutica musicale in diverse scuole del mio territorio.

La mia vita ruota intorno alla musica a 360°, è il mio tutto. Le mie giornate sono incentrate sul pianoforte, dallo studio al lavoro; oltre a pentagrammi e note sono appassionata di sport, in particolare da un po' di anni sono iscritta in palestra che è la mia valvola di sfogo, mi fa sentire bene. 

Adoro l'arte e la fotografia perché mi danno l’opportunità di catturare ciò che mi circonda e che mi meraviglia: una singola nuvola che diventa un drago, le porte colorate delle case di paesini caratteristici, sconosciuti che giocano a carte in riva al mare. Sono anche un'ottima forchetta, il cibo per me non è solo necessità ma è proprio piacere: lo descriverei come vero e proprio godimento!

E infine, amo follemente il Natale. Non tanto il 25 Dicembre in sé... ma l'atmosfera che si respira durante l'Avvento: le mille luci che ti avvolgono, i canti natalizi, i colori tipici di questo periodo, il profumo di cannella, l'attesa che si percepisce. Mi piacerebbe infatti incidere un disco con diversi christmas carols… è uno dei propositi per il 2023!»

2.      Dove e quando è nata la tua passione per la musica?

«Questa è una domanda che mi fa sorridere perchè la mia passione per la musica è nata… per caso: curiosando negli armadi di casa, all'età di 9 anni, trovai una custodia di pelle blu contenente una melodica ovvero una tastiera con un paio di ottave che produce il suono attraverso un tubo nel quale bisogna soffiare. Iniziai a suonarla senza conoscere i nomi delle note e senza saper leggere la musica. Con mia sorella Anastasia alla chitarra, ci divertivamo ad organizzare concerti casalinghi, il nostro cavallo di battaglia era “Il leone si è addormentato”. Il Natale dello stesso anno ricevetti in dono una tastiera, e da lì a poco iniziai a prendere lezioni di pianoforte, contemporaneamente al liceo mi iscrissi al conservatorio... ed ora eccomi qua!

Devo ammettere però che la musica è sempre stata presente in me. Ora riderete ma quando avevo poco meno di due mesi mi cadde in testa un carillon bianco e azzurro a forma di nuvola. Ho ancora il segno sul cranio. Beh, da quel momento la magia delle note su pentagramma non ha mai smesso di far battere il mio cuore».

 3.      Parlami del “Qartetto Foyer”.

«Mi fa molto piacere parlare del “Quartetto Foyer”: ricordo sempre con affetto i momenti trascorsi con gli altri componenti del quartetto. Avevo appena finito il liceo e insieme a due mie amiche di conservatorio abbiamo deciso di formare un trio: violino, violoncello e pianoforte. Successivamente si è aggiunto a noi il Maestro Carlo Bellora, violinista.

Il nostro primo concerto è stato nel foyer di un teatro, da qui il nome del quartetto. Abbiamo avuto un'attività concertistica per circa un anno, nello specifico a Gallarate, dove si trova il conservatorio G.Puccini, istituto in cui ho studiato.

Raccontarti del quartetto mi mette un po' di malinconia e tristezza: purtroppo il Maestro Bellora è scomparso nel 2019, lasciando un vuoto immenso nei cuori di noi studenti. Alcune volte penso alla bella musica suonata insieme a lui e mi ritornano in mente degli aneddoti divertenti che raccontava durante le lezioni di storia della musica... era un uomo che aveva tanto da insegnare».

 4.      Cosa  provi nel momento in cui ti stai esibendo?

«Ansia ahahah! Sono sempre agitata quando devo suonare in pubblico... per questo motivo durante i miei concerti cerco sempre di spiegare agli ascoltatori quello che poi suonerò. Parlare mi calma, mi aiuta a concentrarmi e a dare il meglio durante l'esibizione.
Questa accoppiata secondo me è vincente perchè trovo molto utile immergere il pubblico in quello che poi ascolterà. È giusto offrire anche ad un, passatemi il termine, “ignorante in materia” ma curioso (altrimenti non verrebbe a sentire un concerto di musica classica) di capire la musica, di renderlo partecipe di ogni singola nota che esce dallo strumento, di dargli la possibilità di rimanere meravigliato oppure anche scioccato dalla composizione che ascolta.

Ecco, è questo che cerco e che voglio quando suono:  creare un'atmosfera conviviale nella quale ascoltatore e musicista provino le stesse emozioni. Mi piace pensare che quello che provo io nel momento stesso in cui sto suonando, sia lo stesso che prova chi mi ascolta.
Sentire poi sull'ultima nota del brano, tanti applausi beh.... è qualcosa di talmente gratificante che mi spinge a voler continuare su questa strada; dopo mesi di studio, avere la prova che i sacrifici fatti e l'impegno dato vengono ricambiati è fantastico».

 5.      Cosa vuoi trasmettere a chi ti ascolta?

«Scelgo sempre spartiti che più mi piacciono, che sento più vicini a me. Solitamente studio composizioni molto espressive e ricche di pathos. Diciamo che ogni musicista, come un pittore o uno scrittore, si focalizza su un repertorio, su una corrente artistica e letteraria che sente più sua, e su di essa basa la sua attività.  Ecco, il mio punto di forza non è il grande virtuosismo, il saper fare 1000 note ad un battito di metronomo, ma avere la delicatezza e la dolcezza utile per emozionare chi mi ascolta.

Ammetto che non è stato facile arrivare a capire ciò. Mi sono sempre, e ancora oggi capita, considerata gradini sotto rispetto ad altri miei compagni di conservatorio o musicisti che mi

circondano. Ma grazie all'aiuto del mio insegnante, il Maestro Giorgio Spriano, il quale ha sempre creduto in me e incoraggiato a dare sempre il massimo, ho capito che nonostante esistano difficoltà, bisogna insistere su ciò che si sa fare meglio, sconfiggendo paure e stereotipi.

Due composizioni che definirei come i miei cavalli di battaglia sono “Des pas sur la neige” di Claude Debussy e “Rain tree sketch II” di Toru Takemitsu. In esse trovo delicatezza e sentimento profondo: è questo ciò che mi piace trasmettere a chi mi ascolta, emozioni. Mi piace l'idea di far muovere qualcosa nell'animo umano, punto molto sul diventare una pianista che emoziona con musica passionale rispetto ad una pianista virtuosa: questo è il mio intento. Spero di riuscire in questa impresa che è tutto tranne che facile».

 6.      Cosa significa per te suonare il piano?

«Potrei definire il pianoforte come il mio primo amore: amore che si trasforma anche in pianto quando nonostante i sacrifici e le ore di studio fatte, non si riescono a raggiungere i risultati sperati, a volte arrivando persino a detestare questo colosso di strumento laccato di nero. 
Ricevere pareri negativi, insoddisfazioni, fallimenti ti mettono con le spalle al muro, tante volte ho pesato di mollare perchè non mi sentivo all'altezza, di pensare a come sarebbe la mia vita ora se avessi scelto un'altra facoltà, il famoso “piano b” che ho sentito pronunciare molte volte.
Le giornate nere capitano a tutti, non siamo dei robot. Alla fine quindi torno sempre sui miei passi.
Suonare il pianoforte per me significa tutto. È la mia linfa vitale. Mi emoziono solo al pensiero, anche in questo momento ho la voce tremolante a parlartene. Forse una delle poche certezze che ho nella vita è che voglio suonare! Che sia in un'orchestra, o come solista, o in formazione cameristica. Il mio corpo, la mia mente ha necessità di suonare. La strada è ancora molto lunga e piena di salite, sono giovane, ho così tanto da imparare ancora, ma sono convinta che il mio percorso riserverà qualcosa di straordinario».


7.      Esiste l’amicizia nel mondo della musica?

«Certamente! Forse io non sono la persona più adatta a rispondere a questa domanda perchè purtroppo ho esperienze travagliate nell'ambito dell'amicizia, sono stata definita  una persona “strana” e “non compatibile” perchè ho interessi diversi rispetto alla norma.  Ma oggi ho capito che non è un difetto: sono un’artista, tutti gli artisti sono strani… no? I miei amici si contano per davvero sulle dita di una mano: il detto “pochi ma buoni” fa proprio al mio caso.

Il campo musicale è simile ad uno sport a livello agonistico. Si stringono legami con i compagni, con i Mestri, ma allo stesso tempo si respira aria di competizione, se sei determinato lotti per ciò che vuoi diventare. Il conservatorio G. Puccini è da sempre stato definito come una “seconda casa”. È un ambiente molto familiare, non è caotico, conosci più o meno tutti gli studenti e stringi amicizia molto facilmente. Durante gli anni trascorsi in istituto ho legato moltissimo con diverse persone. Con alcune purtroppo ci siamo perse di vista, con altre invece il rapporto si è consolidato maggiormente, pur abitando a km di distanza o avendo intrapreso strade differenti. L'amicizia la riconosci proprio dal fatto che pur vedendoti una volta all'anno, niente è cambiato. Siete sempre le solite due ragazzine che hanno stretto amicizia durante le lezioni di solfeggio, con la stessa voglia di esserci l'una per l'altra.  L'amicizia è anche spronare l'altro inviandogli per whatsapp bandi di concorsi, audizioni per orchestre, partiture da suonare insieme…»

 

8.      Raccontami un episodio simpatico/divertente/riflessivo/curioso/significativo della tua giovane esperienza.

«Ho sempre desiderato poter suonare in un'orchestra. I diversi strumenti che suonano note diverse ma che insieme creano un' armonia così piena, così completa... beh è indescrivibile!
Il pianoforte purtroppo nell'organico orchestrale non è sempre compreso, a meno che non si parli di un concerto per pianoforte e orchestra, dove il pianista ha ruolo di solista che viene accompagnato poi dagli altri strumenti.

Un giorno curiosando su internet con una mia amica ho notato il bando di audizione per l'Orchestra Verdi di Milano, e mi si sono illuminati gli occhi.  Ero così tesa il giorno dell'audizione, volevo a tutti i costi entrare a far parte di quel mondo. Quando poi, il giorno seguente è arrivata la mail che mi definiva “idonea” sono saltata di gioia. Forse ho addirittura pianto... non ricordo. Essere su un grande palco come l'Auditorium Mahler di Milano è da pelle d'oca. Voi direte: “Ma non è mica il Teatro alla Scala”... vero, ma mi hanno sempre insegnato ad apprezzare e a ringraziare anche per le piccole cose. Quindi per me suonare in quest'orchestra, pur essendo amatoriale, ricevere i complimenti da un direttore, che non è il primo che passa per strada, significa moltissimo. È un piccolo ma grande traguardo!

Mi piacerebbe far parte di un'orchestre sinfonica. Sarà anche in questo caso lungo e difficile il percorso, ma essendo molto determinata non mi fermerò.

Altre grandi emozioni sono state quando per la prima volta sono apparsa su Youtube, sul sito del conservatorio. Era periodo di Covid-19, i teatri erano chiusi, avevo quindi registrato i brani giorni prima e la sera del 7 dicembre alle 20.30 tutti erano sintonizzati ad aspettare che iniziasse il concerto.
Oppure il 6 giugno dell'anno scorso ho avuto la possibilità di esibirmi presso il Teatro del Popolo di Gallarate, sempre all'interno della rassegna concertistica del conservatorio. Ricordo ancora che ero dietro le quinte e avevo una nausea tremenda. Ho chiamato un mio amico dicendogli “O vomito o esco”... sono uscita sul palco a ricevere gli applausi di inizio concerto e da quel momento ho pensato solo a suonare e godermi la mia serata. Le persone erano sedute in sala, tutte per ascoltare me».

9.      Quali progetti hai per il futuro?

«Di progetti e sogni ho la testa piena! La mia mente non si ferma mai.  Mi piace sperimentare e mi lascio incuriosire molto da ciò che  vedo intorno a me. Ho da poco aperto un mio canale YouTube (https://www.youtube.com/@auroraavveduto4096 ), su cui carico delle mie registrazioni di concerti dal vivo o casalinghe. Nell'ultimo video “Des pas sur la neige” ( https://youtu.be/nq7TrPolyB8 ) ho voluto realizzare il mio primo videoclip con le poche conoscenze e i pochi strumenti tecnologici che possiedo. Ad un'immagine classica di me che suono il pianoforte, ho sovrapposto un paesaggio innevato, nel quale cammino avvicinandomi sempre più alla videocamera. Devo dire che sono molto orgogliosa di questo video, spero piaccia anche al pubblico virtuale che mi segue.

Ho molte aspettative sul master di musica contemporanea che sto frequentando, spero possa aprirmi diverse porte e creare grandi stimoli nel mondo musicale.

Come ho già accennato, ogni artista si concentra su una corrente e su un repertorio specifico: io trovo molta affinità con la musica del '900. La definisco come una “calamita”. Mi piacciono le sfide che lancia verso chi decide di eseguirla e capirla. Utilizza scritture diverse da quelle tradizionali, tecniche nuove e diversi modi di suonare gli strumenti più classici. È definita “strana” anche lei… chissà, magari l'Aurora strana ha scelto la strada giusta.

Ho inoltre il desiderio da molto tempo di poter far divertire con la musica i bambini meno fortunati. Penso a Chara, il mio fratellino adottato a distanza, nato in Etiopia. Mi piacerebbe andare nel suo villaggio e regalare anche solo un po' della mia conoscenza musicale a tutti i piccoli che lo abitano.

Infine, insieme ad una mia amica e diversi colleghi di lavoro stiamo pensando a dei concerti durante stagioni cameristiche.

Mi piacerebbe inoltre riproporre il concerto realizzato a giugno dell'anno scorso dal titolo “ '900 a colori” nel quale ho associato la musica di alcuni dei compositori del XX secolo con proiezioni di immagini e colori».

 

10.  Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«La mia strada la costruisco tutta con le mie forze. Purtroppo, o per fortuna, non sono nata Mozart e non ho familiari appartenenti al mondo musicale, non ho le mani molto grandi, quindi non riesco ad avere molta estensione, non sono un fulmine a leggere gli spartiti... insomma, un po' di pecche le ho ma dedico moltissimo tempo allo studio, anima e corpo per raggiungere risultati. Per questo motivo mi hanno attributo gli aggettivi di tenace e appassionata.

Mi definiscono anche creativa perchè sono un vulcano di idee. Sono sempre alla ricerca di spunti per i miei video e concerti.

Per il cuore di mamma invece sono dolce. Nonostante sono determinata a raggiungere i miei obbiettivi artistici, penso che non ci sia niente di più importante della famiglia; la mia famiglia mi ha insegnato i valori più importanti e la persona che sono lo devo a loro».


11.  Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci? Perché?

«Mi rispecchio molto negli aggettivi citati sopra. Sono stati bravi, forse fin troppo gentili.
Aggiungo io allora qualche lato negativo. Pretendo moltissimo da me stessa, a volte anche troppo, sono molto rigida e molto inquadrata, per qualsiasi cosa mi faccio mille paranoie e penso tanto, forse troppo prima di agire. Difficilmente mi metto in mostra, anche se so fare bene una determinata cosa. Sto sempre in disparte, non mi piace stare al centro dell'attenzione… anche se quando sono sul palco e la scena è tutta mia, questo aspetto mi piace... ma questo è un ambito diverso».

domenica 26 febbraio 2023

  WORLD PISTACCHIO DAY

di Valentina Bottini


Oggi 26 febbraio si celebra in tutto il mondo il "World Pistacchio Day", per festeggiare l'amato frutto per  il gusto, per le proprietà antiossidanti e per la versatilità in cucina. Infatti oggi non si contano i siti con svariate ricette e infiniti usi culinari "dell'oro verde"; io invece per  ricordare questa data propongo una mia inedita poesia che parla anche della salata granella verde:


Una domenica d'autunno

 La pace di una domenica pomeriggio
non odo nulla in questo meriggio,
solo il nostro flebile chiacchiericcio
sotto un caldo sole ormai gialliccio.
 
Gustiamo  un cornetto al verde salato
di una brulla granella smaltato,
sorseggiamo la miscela nera bollente
affogata nel bianco diluente.
 
Davanti a noi vedo un soave prato
da poche ore rasato,
sogno ad occhi aperti una colazione francese
su una coperta scozzese.
 
Il profumo dell’erba novella
mi fa credere di essere in una bancarella,
ma l’odore dell’umida terra
mi ricorda  che non sono in una cubica serra.
 
In questo quadro bucolico delicatamente la  tua mano
si appoggia sulla mia spalla come se fosse un deltaplano
in un  gesto rassicurante e protettivo
come  a dire: “quando avrai bisogno, io arrivo!"

                                                                                             di Valentina Bottini

lunedì 20 febbraio 2023

QUATTRO CHIACCHIERE CON LA COMUNITÀ DI VILLAPIZZONE: DOVE L’ACCOGLIENZA È CASA

-Elaborato di Valentina Bottini e Silvia Carlini-  

 Villapizzone è una comunità che viene fondata nel 1978 su iniziativa della famiglia Volpi e di una comunità di gesuiti; si trova nel quartiere di Villapizzone (periferia a nord ovest) a Milano e si compone di sei famiglie, una piccola comunità di gesuiti e di persone accolte nelle famiglie, arrivando così a una cinquantina di abitanti circa.  Pur essendo inscritta in un contesto urbano, la comunità non riceve sovvenzioni e si fa carico interamente di tutte le spese.

All’origine della sua fondazione c’è il desiderio della famiglia Volpi di avere una casa che potesse essere luogo di incontro anche per altri rivivendo così quello che aveva sperimentato in Africa; abitare la casa e vivere la sua quotidianità dà significato a relazioni, spazi e cose. In inglese house designa l’edificio abitativo e home si riferisce alle relazioni vissute all’interno di quelle mura, in italiano il termine casa è usato sia per lo stabile in cui si abita sia per l’insieme di persone che vivono al suo interno evidenziando il legame con le relazioni che si vivono lì. La casa in italiano viene intesa come luogo della quotidianità, della sicurezza, del benessere e della familiarità.

La comunità, che ha sede in una villa di proprietà della famiglia Radice Fossati che inizialmente con un contratto di comodato d’uso gratuito e successivamente concesse gratuitamente la struttura al comune di Milano che riconoscendo il valore sociale nel territorio ne ha mantenuto il contratto di comodato d’uso con la comunità di famiglie, viene fondata in un preciso periodo storico caratterizzato da grandi ideali e moti popolari in cui la ricerca di un posto dove vivere veniva prima della ricerca di un’occupazione lavorativa.

La struttura si compone di diverse parti: villa Marietti, la casa del fattore, le abitazioni dei contadini e le scuderie. Il cancellone che è all’entrata della struttura è sempre aperto proprio come simbolo di accoglienza. I giardini e gli spazi esterni sono accessibili liberamente e due sale possono essere prenotate su offerta libera per feste e incontri; le stesse sono anche utilizzate come sede di attività per diverse associazioni. Vi è presente una piccola cappella dove presiedono la messa i padri gesuiti.

I gesuiti di Villapizzone preparano momenti di preghiera e delle lectio divinae a cui può partecipare chi è interessato e sono punti di riferimento per le famiglie che riconoscono il valore della loro presenza e si sentono fortunati poiché riescono a coltivare l’aspetto spirituale nelle loro giornate.

Le famiglie si ritagliano momenti di coppia e individuali per avere un’attenzione al loro percorso spirituale; la scelta dello stare in comunità viene spesso ripresa, rivalutata e riconfermata nel chiedersi come è entrata a far parte della propria vita e cosa ha ancora da dire al proprio “cammino”. Con cammino si intende il dare un senso alla propria esistenza nel rileggere fatti, pensieri e intuizioni cercando la presenza di Dio.

Chi decide di risiedere a Villapizzone sceglie un modo di stare nella quotidianità che incarni i valori di accoglienza e condivisione presenti nel Vangelo; le stesse famiglie della comunità hanno pregresse esperienze oratoriane o di scoutismo o di volontariato estero, luoghi dove  hanno sperimentato questi valori e li hanno fatti propri cercando un modo di riproporli nel proprio vivere quotidiano e di concretizzare l’idea di esserci totalmente per chi ha bisogno senza compenso. Nel volontariato infatti non c’è un compenso monetario per quello che si fa ma è tutto gratuito, l’essere d’aiuto a un’altra persona non richiede in cambio dei soldi. Quindi per lavoro si intende qualsiasi attività che possa essere una risorsa per la comunità e per chi viene accolto in essa. Alcune persone hanno optato per un lavoro part time, in alcune coppie vi è chi lavora e chi si occupa della gestione della casa, altre sono in pensione.

L’accoglienza segue il contesto cristiano cattolico e quindi è data dal considerare qualsiasi persona si incontri come fratello poiché figlio di un unico Padre. La forma dell’abitare condiviso di Villapizzone, infatti, è quella della comunità di famiglie di ispirazione religiosa caratterizzata da valori quali: la solidarietà, la sobrietà, l’accoglienza e la condivisione.

La solidarietà e l’accoglienza deriva dalla logica morale presente nella religione cristiana e ormai secolarizzata nella cultura italiana secondo cui è bene agire seguendo la regola d’oro che antepone il bene dell’altro al proprio, ovvero fare agli altri ciò che vuoi sia fatto a te. Seguendo questi valori, chiunque passi per Villapizzone è ritenuto già un fratello, la cura dell’altro è presa come responsabilità individuale e il legame affettivo si consolida nelle pratiche dell’abitare.  Ciascuna famiglia ha un proprio spazio dove vivere, una propria autonomia sulla gestione domestica e accoglie in casa persone in difficoltà, bambini in affido e migranti che diventano parte della cerchia familiare. La coppia è vista come il fondamento della famiglia e come un’unica unità dalla chiesa cattolica, il semplice stare insieme a tavola e raccontarsi la propria giornata diventa occasione per riunirsi e percepirsi come famiglia. 

La condivisione viene scelta poiché si cerca di vivere le parole del vangelo “gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date”(vangelo di matteo, 10,8). Ogni mese le famiglie si trovano per un incontro dove discutono insieme della loro esperienza in comunità; la condivisione delle fatiche, delle emozioni, degli avvenimenti fatta in plenaria alimenta anche la fiducia reciproca e il senso di fraternità.

La condivisione non è solo di esperienze quotidiane, di spazi, di tempo e di beni materiali, ma è anche di soldi attraverso la cassa comune che è il modo che la comunità ha adottato per gestire il denaro e provvedere alle spese. Gli stipendi e gli affitti delle famiglie, le donazioni alla comunità, la quota annuale dei gesuiti viene depositata su un conto comune e quei soldi vengono considerati di tutti. Solo due persone hanno la firma sul conto corrente e hanno la possibilità di vedere i movimenti bancari e sono: il cassiere e il presidente. Essi si occupano della gestione dei soldi, dei pagamenti delle spese comuni e dei bilanci; il cassiere riceve a inizio di ogni mese una mail da ciascuna famiglia e poi fa un bonifico con l’importo indicato. La cassa comune toglie la preoccupazione di non riuscire a arrivare a fine mese e di fare affidamento solo sulle proprie forze, permettendo alle famiglie il proprio mantenimento, di coprire le spese domestiche (che comprendono anche i costi per l’istruzione dei figli o quelli per andare in vacanza) e  di fare esperienze che una famiglia da sola non si sarebbe potuta permettere. Essa a fine anno viene azzerata ovvero i soldi presenti vengono donati o alle associazioni che operano sul territorio o a degli enti caritatevoli.

Negli anni l’esperienza comunitaria è stata stimolo per la nascita di altre 35 comunità, sparse per tutta Italia, le quali si racchiudono sotto il nome di Associazione Mondo di Comunità e Famiglia.

lunedì 6 febbraio 2023

QUATTRO CHIACCHIERE CON... FRANCO TESSARO  

-Intervista di Valentina Bottini-

1.      Presentati a 360°

«Ho 69 anni e sono sposato con Miranda da 50. Ho due figlie e tre nipoti già maggiorenni. Provengo da una famiglia contadina; sesto di otto figli. Ho fatto la scuola media in seminario a Voghera e in un secondo tempo ho acquisito un attestato da disegnatore meccanico progettista. Per esigenze famigliari, ho iniziato a lavorare all’età di 16 anni, presso un fabbro. La mia ambizione però era un’altra. All’età di 25 anni sono entrato alla Colines (Costruzione linee estrusione cioè impianti per la lavorazione della materia plastica), un’azienda giovane ma con una grande voglia di crescere. Collaudato il primo prototipo di Pluribal, si è passati a dei veri impianti; da quel momento il mondo è diventato la mia seconda casa. A quei tempi non esisteva ancora il PC così ho iniziato a tenere un diario di bordo con rapporti giornalieri che servivano come informazione all’azienda, la quale si lamentava perché erano troppo lunghi: mi piaceva scrivere.

Mi piace  sottolineare sempre “la mia vita da motociclista”; quel mezzo che mi ha permesso di conoscere mia moglie e che per molti anni ci ha portato a incontrare e conoscere persone di ogni rango. Io avevo 17 anni e lei è salita sulla mia moto che ne aveva 14. Due anni dopo ci siamo sposati e nonostante sia nata la prima bimba, la moto non ci ha mai lasciato. Negli anni i mezzi sono cambiati, ma l'amore per le due ruote non è mai svanito».

 2.      Chi è oggi Franco?

«Sono in pensione da parecchi anni e utilizzo i viaggi del passato per raccontare le mie avventure. Oltre a questo, mi piace ballare, mi dedico all’allevamento di pappagalli (la mia passione di sempre) e al MCC (Movimento Cursillo Cristiana) al quale faccio parte da ventotto anni».  

 3.      Dove e quando è nata la tua passione per la scrittura?

«Nel 1997 ho partecipato, con mia moglie, alla presentazione della pastorale di Mons. Renato Corti, (ex Vescovo di Novara) il quale conosceva il nostro passato e le rocambolesche avventure con dei ragazzi tossicodipendenti raccolti per strada e aiutati nelle loro disperate scelte. Al termine della serata mi ha consegnato il suo libretto con una dedica ben specifica: “A te e Miranda, affinché la propria testimonianza possa scrivere una pagina di Vangelo”. Tenere un diario di bordo era semplice, ma scrivere una storia era differente. Così mi sono inventato un personaggio e ho raccontato la sua storia basandomi sul mio vissuto. É nato: “il Caccia-Vite” (Il cacciatore di vite umane). Ho  devoluto gli entroiti al movimento MCC. Da allora ho continuato a scrivere».

 4.      Di cosa parlano i tuoi libri?

«La tematica del “Caccia-vite” è la persecuzione. Il personaggio viene oppresso fin dall’infanzia da qualcosa che lui riconosce solo all’età di quarantadue anni e grazie all’esperienza del Cursillo, lo individua, lo riconosce e lo combatte con la sola arma disponibile: “Il Rosario”. Da quel momento la sua vita cambia. Da perseguitato diventa persecutore, lo cerca nei luoghi dove s’insinua e lo annienta.

  Nei “Tronchi del Golgotha” tratto l’argomento della conversione. A Osmaneli, una cittadina poco lontano da Istanbul, il protagonista entra in una grotta, viene a contatto con una catasta di tronchi segnati con numeri romani e scopre la loro storia. Inizia così la sua avventura cercando d’impedire a dei malavitosi d’impadronirsene.

  “Sabbie Mobili” si svolge in Brasile, nelle favelas, parla di un amore eterno, un amore che va oltre l’infinito, l’amore di due ragazzi spezzato dal traffico di organi umani.

  Per ultimo “Il Sacrificio”. Un romanzo sulla manipolazione genetica, dove la donna viene usata per un macabro scopo. Non è un documento, neppure una ricerca sulla morfologia di un insetto, né vuol essere una tematica su argomenti esistenti. Questo romanzo è nato dal bisogno di far conoscere quanto la pazzia dell’uomo si sia spinta e si sta tuttora spingendo oltre i principi umani, dove il diritto di vita o di morte è stabilito in proporzione al numero di nascite. Ancora una volta, il singolo individuo può fare la differenza, spingendosi eroicamente là dove altri non si sarebbero mai sacrificati. Un racconto che potrebbe sembrare una storia inventata, se non fosse per le esperienze vissute in Cina e in India ai piedi dell’Himalaya».

 5.      Da chi/cosa prendi ispirazione per i tuoi libri?

«Generalmente scrivo al mattino presto, quando la mente è riposata e i ricordi mi appaiono come fossi là in quel momento. I miei libri raccontano storie di vita vissuta, con un po’ di fantasia, quel poco che serve a stimolare il lettore e farlo arrivare alla fine con animo sognante, senza tuttavia allontanarmi troppo dalla realtà. Alcune volte traggo spunto da storie che altri mi raccontano. Oppure da avvenimenti che accadono nel quotidiano».    

 6.      Cosa vuoi trasmettere ai lettori?

«Lo scopo è quello di far conoscere al lettore fatti o avvenimenti che nessuno può raccontare, perché sono episodi che in parte io ho vissuto e in parte lui sta vivendo senza rendersene conto. In questi anni la tecnologia ha preso il soppravvento. Siamo tutti prigionieri del cellulare. Il popolo si dimentica di socializzare, di ascoltare il notiziario, di leggere e se lo fa è solo perché viene obbligato. L’uomo ha dimenticato la sua materia, si crede superiore a ogni essere vivente, mira al potere e calpesta tutto ciò che lo ostacola. Molti lettori hanno avuto modo di trarre dai miei scritti riflessioni che li ha portati a trasformare il modo di vivere. Il Caccia-Vite ha cambiato la vita a centinaia di persone. In Valtellina molte famiglie si sono riavvicinate a ciò che avevano dimenticato; la fede. Ha cambiato il loro quotidiano. Chi ha letto i Tronchi del Golgotha ha poi partecipato a un’esperienza di vita spirituale e ritrovato i benefici dell’anima. I Tronchi vivono negli ambienti, sono in mezzo a noi, ma l’uomo è cieco. La mia mano scrive, ma chi dettava non fa parte di questo mondo. Non è facile comunicare a un sordo che non vuol sentire».          

 7.      Cosa significa per te scrivere?

«Scrivere è scaricare quel che ho dentro. L’angoscia, la sofferenza, la delusione della vita, la paura di questo mondo malato di potere. Sono cosciente di espormi quando scrivo. Sento le critiche altrui, i loro pettegolezzi, la loro invidia, per questo cerco di non scrivere mai quel che pensano gli altri. Word permette a tutti di scrivere ma quando ho iniziato io c’era la penna e la carta, perciò dovevo far attenzione altrimenti il cestino ingrassava. Molte volte le mie lacrime hanno bagnato i fogli, ma anche queste erano parole scritte, scaturite dal cuore, frutto di tragiche storie d’amore. Altre volte mi divertivo, sorridevo, gioivo e pensavo al lettore: cosa avrebbe capito? Emozioni, sensazioni, patos, ecc: cose che vorrei trasmettere».

 8.      Cosa consigli a chi vorrebbe scrivere un libro?

«È sempre difficile dare buoni consigli, molte volte si sbaglia anche se si pensa di essere nel giusto. Mi capita d’incontrare amici o conoscenti che mi chiedono cosa fare per scrivere ciò che hanno in testa: ecco questo è il problema. Non si deve mai scrivere quel che la testa pensa, ma ciò che il cuore detta. Bisogna fare un layout della storia, una bozza che ti permetta di svolgere il lavoro senza intoppi. Alcune volte io scrivo prima il finale, poi un fatto che mi dia l’input per arrivarci. A quel punto incomincio dall’inizio con un fatto che incuriosisca il lettore a non cestinare ciò che ha iniziato a leggere. Tutto dipende da cosa si vuol raccontare: fantascienza o fantasia si può partire a ruota libera, non ci sono regole. Se invece ci si vuole avvicinare alla realtà, allora è meglio documentarsi sulla tematica per non cadere in stramberie assurde. Infine, c’è il libero arbitrio, ma attenzione:  con troppa libertà la carta diventa straccia. Un consiglio: non pubblicare mai un “E-book”. Il libro è un libro e lo rimarrà sempre, il virtuale nel tempo scompare».             

 9.      Quali progetti hai per il futuro?

«Sto scrivendo “Il viaggio di Clara” una ragazza che soffre di “Sinestesia” (termine tecnico), io la definirei: affetta da una forma di empatia cronica.

 Il dolore degli altri diventa il suo dolore. Lei è predisposta a una patologia che le fa vivere delle tempeste percettive. Nasce con una forma di empatia particolare; sente e prova la sofferenza altrui, associando i colori ai differenti malesseri.  Fin dall’infanzia viene derisa e bullizzata perché descrive sensazioni che nessuno può provare: il suono dei colori, il profumo della musica, il fluido roccioso. Vive quello che le accade senza poter estraniarsi dalle persone e dall’ambiente che la circonda.  Le sue sono esperienze improvvise. Visitata dai più illustri della medicina, le viene diagnosticato una forma di sinestesia.  A causa di un incidente riesce a vedere i concetti e le forme astratte. Inizia a viaggiare in un mondo che non le appartiene, alla ricerca di qualcosa che potrebbe aiutarla. È forse nella mitologia egizia, o fra le pagine del cristianesimo che trova la soluzione al suo malessere?

Questo mi sta impegnando da tre anni e ancora le mie ricerche non sono terminate».   

 10.    Esiste l’amicizia nel mondo della scrittura?

«Nel 2016, attraverso FB abbiamo formato un gruppo chiamato “Youcaniani” e fatto la prima fiera letteraria a Padova. Nessuno si conosceva di persona, perciò tutto è stato fatto basandoci sulla fiducia. In seguito, il passa parola, ha fatto si che il numero aumentasse fino ad arrivare a ottanta scrittori. Ci siamo autofinanziati, abbiamo pagato uno stand alla fiera del libro di Rho (prov. Milano) e ci siamo divertiti nelle presentazioni. Io ho sempre fatto parte degli organizzatori. Il mio compito era quello di ricevere i libri da tutta Italia, trasportarli in fiera e aiutato da altri ragazzi, curare le vendite. Al termine avveniva la spedizione dei testi avanzati con relativo compenso. Nel 2019 Milano ha deciso di non organizzare più la fiera letteraria e di lasciare a Torino l’esclusiva in modo che solo le grandi case editrici potessero parteciparvi. Così il gruppo “Youcaniani” si è sciolto e si sono formati piccoli gruppi sparsi in tutta Italia. Partecipando a manifestazioni, danno modo a noi scrittori di aderire con i propri testi. L’amicizia che si è creata è rimasta e ci si aiuta».


 11.  Raccontami un episodio simpatico/divertente/riflessivo/curioso/significativo della tua esperienza di scrittore?

«Dopo l’orario di lavoro Cesco si recava in un locale arredato con poltrone, grossi cuscini e un mobile bar. Incontrava vecchi amici, ragazzi che come lui lavoravano e si distraevano davanti a una birra. Ascoltavano musica e parlavano dei tempi trascorsi nei boy-scout. Tutto sommato, a parte qualche canna, Cesco non vedeva nulla di riprovevole. Proprio in questo locale conobbe un ragazzo che raccontava esperienze di vita, viaggi in città d’Europa dove lo spinello era alla portata di tutti: Amsterdam, Berlino, Parigi, nomi che a lui parevano di un’altro pianeta. Nell’ascoltare quell’avventuriero gli venne in mente un vecchio amico del passato, anche lui uno di mondo. Cesco si sentì inferiore perché non aveva mai provato quelle esperienze, così chiese che gli venisse offerta una possibilità. Venne subito accontentato. Una caramella da succhiare, un sapore dolciastro quasi sgradevole, un senso di nausea e un peso allo stomaco. Cesco uscì con l’intento di respirare un po’ d’aria fresca. Fuori dalla stanza si trovò in un cartone animato: tutto era diverso. Il verde dei prati sembrava risaltare e voler essere di sopravvento sui colori delle case e dei cartelloni pubblicitari.

  Guardò gli alberi e gli sembrava che qualcuno avesse dipinto di giallo qualche foglia. “Un colore sbagliato” pensò. Cercò di arrampicarsi per toglierle, ma le forze gli mancarono. Abbassò lo sguardo  e venne distratto da una margherita: il giallo era al posto giusto. Rimase immobile a contemplare quel fiore che sembrava parlargli.

  «Come sei piccolo» disse. Poi attese in silenzio, aspettando una risposta.

  «Io sono piccolo, ma grande è la mia esistenza, ogni anno la mia vita ricomincia. Tu invece sei grande ma piccola è la tua esistenza perchè vivrai una sola volta.»

  Cesco pensò che forse quel fiore voleva comunicargli qualcosa, portarlo alla realtà, destarlo da quell’ipnotismo. Si guardò le mani e vide le grosse vene palpitare, le massaggiò con forza quasi volesse toglierle, vi passò la lingua e sentì uno strano gusto di metallo. Si avvicinò a un lavandino, aprì il rubinetto, bevve un lungo sorso d’acqua, si lavò le mani e sciacquò il viso. Alzato lo sguardo vide un ragazzo con le pupille dilatate, gli zigomi tirati e pallidi. Allungò la mano e toccò lo specchio. La realtà lo portò a riflettere: “Io non sono più io, allora chi è quello?” Si voltò e vide un passerotto appoggiato su di un ramo: «Dimmi chi sono io?»

  Il passerotto cinguettò e volò via.

  Vide una farfalla volargli attorno, la seguì dolcemente finché non la vide posarsi sulla punto del suo dito. Aveva dei colori fosforescenti, molto simili all’arcobaleno, gli occhi erano esageratamente grandi sproporzionati alla testa. Cesco trattenne il fiato temendo di spaventarla e bisbigliò: «E tu, chi pensi chi io sia?»

  L’insetto rimase immobile, si spostò nell’altro dito e il ragazzo continuò a guardarla negli occhi.

  «Portami con te, fammi vedere il mondo, mostrami le gioie della vita e i difetti dell’uomo.»

  La farfalla non si mosse. Lui soffiò ed essa si mise a zigzagare sopra alla sua testa finché non si posò.

  In quel momento Cesco capì di essere un fiore e che quella non era la realtà, ma solo un’allucinazione prodotta da una caramella contenente LSD.

Poco alla volta l’effetto passò, le sue gambe diventarono flosce, lo stomaco si contorse e la sete gli bruciò la gola. Tutt’intorno i colori ritornarono naturali, riacquistando le loro tonalità. Il sole stava tramontando e il cielo era colorato di rosso vermiglio. Si risciacquò il viso, bevve qualche sorso d’acqua, poi si riassettò gli indumenti, salì in auto e tornò a casa. Varcata la soglia guardò sua moglie col pancione, in attesa del secondo figlio e rimproverando se stesso per quell’esperienza, provò vergogna e disprezzo per essere caduto così in basso.

  Non tornò più in quel locale e non raccontò mai alla moglie l’accaduto. Poco alla volta incontrò quei ragazzi, li persuase a cambiare posto, alcuni se li portò a casa aiutandoli ad uscire da quell’orribile giro, altri ne rimasero coinvolti. Cesco non si diede pace finché quel locale non venne distrutto e quel ragazzo dalle mille esperienze arrestato.

  Da quel fatto, Cesco si rese conto che non sempre dalle cattive esperienze maturano cattivi frutti, basta capirle, trasformarle in esperienze positive per poi servirsene e aiutare gli altri a non commettere gli stessi errori. A non lasciarsi trasportare dal vento, perché oggi viaggi a gonfie vele, ma domani sei fermo in mezzo al mare. Perché la tua vita ti appartiene fino a quando qualcuno non la raccoglie come fa con un fiore, perché in fondo l’uomo è un fiore, nasce riversando il suo crescere negli altri».

 12.  Se fossi un personaggio storico chi saresti?

«Fin da ragazzo sono sempre stato attratto da storie d’avventura, dove il protagonista è l’eroe che fa giustizia. Mi sono sempre posto una domanda: Cosa spinge l’uomo a combattere per la giustizia e per amore? Se avessi potuto scegliere in quale epoca nascere, avrei scelto il medioevo. Tuttavia io sono io e non mi rispecchio in nessun personaggio del passato, perché ogni essere umano ha la sua storia».  

 13.  Tre aggettivi con cui gli altri ti definiscono?

«Qui mi viene da ridere…  pignolo, polemico, altruista».

 14.  Tre aggettivi con cui tu ti autodefinisci? Perché?

«Scrupoloso: voglio che le cose siano sempre precise. Incosciente: perché mi butto senza paracadute in situazioni anomale. Amorevole: perché amo tutto ciò che mi circonda».


mercoledì 7 dicembre 2022

CARO BABBO NATALE...

di Pepe Gianluca


Caro Babbo Natale, sono Gianluca, ho 37 anni e vivo a Busto Arsizio, mi piace molto la musica, fare Radio, cucinare e divertirmi con la mia famiglia.

Sono troppo grande per scriverti una letterina? Bhè, io penso che non si è mai troppo grandi per credere in te, per credere nella magia del Natale. Purtroppo al giorno d’oggi molte persone hanno dimenticato cosa vuol dire festeggiare con gioia questa festa che viene una volta l’anno; troppa tecnologia, troppo business, troppa fretta di correre sempre per qualsiasi cosa, troppo stress… Secondo me ognuno di noi dovrebbe fermarsi un attimo, e tornare a guardare il mondo con gli occhi da bambino di quando era piccolo e riviversi questa magia come andrebbe vissuta realmente. E quindi non si è mai troppo grandi per credere in te e nel Natale.

Io quest’anno non ho fatto il bravo. Mi sono comportato spesso male, soprattutto con la mia famiglia e con le persone che mi vogliono bene; ma tu che vedi e conosci tutti sai che ho un carateraccio quasi come quello del Grench, quando mi arrabbio spesso dico cose che non vorrei dire e alle volte anche brutte! Quindi quest’anno mi merito sicuramente un sacco di carbone…. Ma se proprio vuoi farmi un dono, non ti chiedo la pace nel mondo, perché sarebbe troppo scontato, non ti chiedo soldi, perché non rendono felici come si pensa ma ci rendono avidi, non ti chiedo salute, sicuramente te la chiedono tutti, e sarebbe troppo banale. Quello che vorrei in dono, e spero potrai portarmi, è di migliorare il mio carattere, di migliorarmi come persona, di rendermi più buono e solare. Soprattutto con le persone che mi vogliono bene. So che non è semplice come regalo ma come dice una famosa canzone: “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai, riprendere a giocare, riprendere a sognare, riprendere quel tempo che rincorrevi tanto”…. Vorrei tanto recuperare il tempo perso ed essere migliore.

Grazie Babbo Natale ti voglio bene e Buon Natale!



BAMBINO SPECIALE  di Gianluca Pepe Se penso che fino ieri ti accompagnavo all’asilo e oggi ti ho accompagnato al tuo primo giorno di scuola ...